Io e la poliomielite

Nel racconto di Eliana i ricordi di una malattia che ha colpito soprattutto tantissimi bambini nell’immediato dopoguerra

1957 - Nel lazzaretto Santa Chiara

Cembra. Parlar di poliomielite, in questi tempi, nei quali abbiamo schierate persone a favore e contrarie ai vaccini in generale, è un argomento alquanto delicato. Perciò io cercherò di conversarne in maniera personale, dal punto di vista di chi ne è stato colpito, ne porta le conseguenze e ci convive da più di 65 anni.

Il Presidente malato


Tutto cominciò la sera del 10 agosto 1921 quando il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt cominciò a non star bene: freddo nonostante il caldo estivo, febbre e dolori muscolari inusuali. Il giorno dopo i dolori aumentarono con la gamba destra intorbidita, addormentata. Poi anche la sinistra.

Il luminare che fu chiamato a visitarlo dichiarò una paralisi che cercò di curare con vigorosi massaggi, che procuravano dolori indicibili. La paralisi continuò fino ai muscoli della vita. Si consultò un altro specialista che non ebbe dubbi: poliomielite.

La strada per la cura, e purtroppo non per la guarigione, fu un percorso in salita: fisioterapia, bagni caldi, movimenti delicati in piscina, grande forza di volontà… tanto che la muscolatura, nelle parti colpite non in maniera definitiva, cominciò a risvegliarsi, a dare piccoli segnali di ripresa.

Il Presidente riuscì di nuovo a riprendere a nuotare e soprattutto il suo incarico, seppur in sedia a rotelle. L’animo di Roosvelt, già di per sé portato al bene del Prossimo, lo fece a pensare subito a come porre fine a queste epidemie che colpivano migliaia di piccoli innocenti nel mondo e a come dare sollievo alle loro famiglie.

In primis istituì un ente no profit, così da poter ricevere donazioni su più fronti. Si attivò per far sorgere strutture dedite alla cura , con personale specializzato in questo. La prima di queste venne chiamata La Piccola Casa Bianca, già allora volutamente priva di barriere, della quale lui si prese carico personalmente. Coinvolse migliaia di famosi attori e vips americani per renderli testimonial di eventi, manifestazioni, concerti e servizi giornalistici. Tutto per raccogliere fondi per altre strutture, formare nuovo personale, costruire protesi, tutori, fasce, calzature su misura per ogni colpito. E inventò una cosa unica ed inusuale… propose che durante i programmi radiofonici di allora venisse chiesto ad ogni persona degli Stati Uniti di inviare una piccola donazione alla Casa Bianca, per raccogliere fondi per cercar di dare sollievo ai poveri colpiti, e.. chissà..iniziare una ricerca per trovare la cura o la prevenzione .

Alla Casa Bianca arrivarono così tante lettere, da dover costruire alla svelta un capannone per stivarle e tirare fuori quanto la gente, anche la povera gente, aveva inviato. In moltissime si trovarono anche solo 10 centesimi, ed erano i soldini inviati da bambini.

Si raccolsero 34 milioni di dollari odierni! In Europa ancora non si arrivava a questo e la poliomielite colpiva ancora .
Nel frattempo gli scienziati americani sperimentavano vari modi di sconfiggere con una cura, o prevenire coi vaccini, questo flagello.

Di Margaret Suckley – Franklin Delano Roosevelt Library, Library ID 73113:61 http://docs.fdrlibrary.marist.edu/images/photodb/fdr300.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4670542

La vita a Pressano


Erano gli anni ‘50 e in Italia, ma anche in Trentino e nel Comune di Lavis, infuriava un’epidemia di poliomielite che colpiva quasi esclusivamente bambini piccoli, dai pochi mesi ai 12/13 anni.

Era il febbraio 1957. Con papà Richeto, mamma Annamaria, nonna Angelica Calovi Sala, vivevamo a Pressano: una piccola casa, porzione del grande palazzo Cembran, acquistata da nonno Giuseppe Sala nel 1910.
La vita trascorreva serena, mamma teneva in ordine la casa, cucinava e riusciva a fare anche piccoli lavori di sartoria, soprattutto riparazioni e rimessa a nuovo di indumenti spesso usati e strausati. Nonna Angelica mi adorava perche ero la nipote che viveva con lei. Non mi permetteva quasi di piangere, prevenendo i miei bisogni.

Lei ogni giorno radunava qualche sua amica… entorno al fogolar per pregare. In primis per suo figlio Mario, dichiarato disperso in mare dal 1941 (in cuor suo sperava di rivederlo tornare, magari ferito, magro, sofferente… nel 1961 venne dichiarata la sua morte presunta nelle acque di Capo Gallo provincia di Palermo). Pregava pure per papà e i suoi compagni di lavoro presso la  segheria S.T.I.L.A. dei signori Deanesi, in quanto era sempre pericoloso usare la segheria a la veneziana, bindele, motoseghe, circolari… E poi pregava per tutti i bambini che al Giornale Radio sentiva colpiti dalla poliomielite.

Papà, nel tempo libero, aiutava anche lo zio Silvio in cantina, amici contadini a vendemmia, a raccogliere mele o legna, magari nel burrone a La Val prima del maso Tratta. I suoi pensieri erano quelli di sistemare la casa, dopo i danni di guerra, ma soprattutto, pensieri di gioia per la futura nascita di una nuova creatura verso ottobre.

La mia malattia


Erano due giorni, a inizio febbraio, che io ero inquieta, con qualche linea di febbre.. nulla di che preoccuparsi.
Una mattina, dopo che il papà era partito per lavorare, mamma nel vestirmi mi vede cadere dalla sedia dove ero seduta.
Mi rimette sulla sedia e io ricado. Prova a mettermi in piedi e cado di lato, senza riuscire ad alzarmi.
Una stretta al cuore. Nonna inizia a pregare più intensamente, le lacrime inondano il grembiule che sempre indossa. Mamma corre, lasciandomi con la nonna, dall’amico Piffer, che fortunatamente trova e che subito ci porta dal medico a Lavis, il Dottor Aldo Stainer. Mamma pendeva dalle sue labbra, carpiva ogni suo impercettibile movimento del volto, mentre mi visitava. Sperava in un minimo segno di un sorriso.

Nulla. Il responso, sintetico ma lapidario fu: poliomielite.

Non si scherzava. L’amico Piffer ci portò al Lazzaretto del Santa Chiara a Trento. Quei 10 interminabili chilometri furono un continuo pianto di mamma con l’amico che cercava in ogni modo di rincuorarla. Al Lazzaretto una suora ci accolse e mi prese seria ed addolorata, con due lacrime pure lei, dalle braccia di mamma. Mi adagiò in un bianco lenzuolo e disse a mamma che il medico le avrebbe scritto. Quindi chiuse quel portone che sembrava ora invalicabile.

Ma lo strazio non era finito. Negli stessi giorni si ammalò di poliomielite pure mio cugino di un anno appena e venne pure lui ricoverato al lazzaretto.

Niente visite dei miei genitori, le lettere del medico parlavano della paralisi.

Mamma, papà e nonna vennero allontanati da casa per poterla disinfettare.Fortunatamente un grande amico abitante nel Maso Luchin offrì loro ospitalità, senza tentennamenti.

Il trasferimento a Malcesine


Nel frattempo zia Beppina Pilati venne a conoscenza dell’apertura dell’ospedale a Malcesine, gestito dalla C.R.I., tuttora unico in Italia, per la cura e lo studio della poliomielite. Con fisioterapiste tutte austriache. Il massimo! Ma la Sanità trentina non pagava la degenza, cosicchè lei e mamma si recarono, col coraggio mai avuto prima, dai vari assessorati provinciali per chiedere il pagamento delle cure a Malcesine. La benevolenza trentina fece si che a breve arrivò la lettera tanto aspettata, La Provincia avrebbe pagato le cure per me e mio cugino.

Cosicchè dal lazzaretto fummo portati a Malcesine, sempre con la cortesia di chi possedeva un’automobile.
Da quel tragico febbraio la mamma si recava con ogni tempo al Maso Rover a pregare alla chiesetta Maria Ausiliatrice. Lei chiedeva la forza di sopportare quell’immensa croce, ma sopratutto pregava che la creatura che aveva in grembo nascesse sana, nonostante il dramma che viveva. Pregava anche perché la situazione di poliomielitica non si trasformasse nei miei compagni in motivo di scherno… sgherla, storpia…

A Malcesine era da poco arrivato un dottore di Gorizia, Ivo Komianc (Komiaz). Si prendeva a cuore ogni piccolo che arrivava. Per poter ospitare più bambini possibili faceva ricoverare anche due bambini per lettino. Esigeva dalla direzione il cibo migliore, indumenti belli donati dalle varie fabbriche, massima cura nell’igiene personale e dei locali. Fece costruire ampie terrazze per ospitare sdraio e lettini e far stare il più possibile al sole i bimbi. Invitava giocolieri, saltimbanchi, comici per divertire i bambini nelle lunghe degenze. Le cure, massaggi delicati, elettroterapia leggera, movimenti in acqua, fisioterapia personalizzata e di gruppo, erano il massimo in Italia.

Alle ragazze veniva insegnata l’arte femminile del cucito, ricamo, tombolo, uncinetto. Ai maschi qualche lavoro di falegnameria.
Erano permesse le visite domenicali. Ma alle mamme, zie e nonne non era permesso entrare in pantaloni, tanto che la signora del bar vicino prestava a chi soprattutto veniva in moto come zia Caterina, in cambio di anche piccola consumazione, una gonna un paio di scarpe e delle di calze di naylon.

Il secondo ricovero e la guarigione


Io e mio cugino tornammo a casa a settembre inoltrato. Bene, in salute e abbronzati. Io con tutore e scarpe ortopediche alla destra e una doccia per la notte. Dolorosi questi attrezzi, ma per la salute mamma mi faceva sopportare tutto.

Per il 22 ottobre arrivarono i documenti per il nuovo ricovero. Come fare se chi aveva l’automobile era impegnato nei campi ed in cantina? Papà non ci pensò due volte. Chiese in prestito il “vetro” per la moto, che riparava dal vento. Lo fissò ben bene così come la valigetta con pochi indumenti (la stessa della nascita di mio fratello) e i documenti dentro lo zaino.

Al mattino mi sistemò in piedi davanti a lui e via alla volta di Malcesine. Le preghiere della nonna e delle sue amiche riempirono la volta della chiesa. Mamma aveva tutto pronto per la nuova nascita e pregava in cuor suo che il viaggio non avesse pericoli.

Papà tornò che era notte con parole di speranza…il dottor Komianc promise che mi avrebbero tolto i tutori.
E questo era già un ringraziamento a Maria del Rover. E si complimentò per come, seppur con le scarpe ortopediche, camminavo dritta. Era scongiurato anche il pericolo della presa in giro confessato alla Madonna. La mamma era convinta che tutto era merito di Maria che aveva fatto si che a Malcesine operasse un dottore papà.

Oggi


Adesso dopo oltre sessantacinque anni mi trovo a ripensare a tutta questa storia e a scrivere queste poche righe per lasciare la mia testimonianza. Sono stata fortunata e ho potuto superare questa malattia imparando a convivere con le conseguenze che ha lasciato in me.

Ho potuto scrivere molti fatti perché raccontatimi nel tempo da mamma, papà e parenti. E per Malcesine da chi ancora adesso vive con la poliomielite, chiamata ora post-polio. Mi sono documentata anche attraverso libri trovati all’ospedale di Malcesine.
Per quanto riguarda invece la vicenda di Roosevelt mi è stata utile la lettura del libro “La malattia da 10 centesimi” di Agnese Collino, biologa, che consiglio a tutti.

 

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