Coronavirus, alla casa di riposo di Lavis ci sono 20 casi positivi

Solo uno è stato accertato con il tampone, gli altri presentano i sintomi. Continua la raccolta fondi per poter acquistare i dispositivi di protezione individuale

LAVIS. Secondo i dati confermati dall’Azienda sanitaria e aggiornati a mercoledì, nella casa di riposo di Lavis ci sono 20 casi positivi di coronavirus (su 101 ospiti). Bisogna però fare chiarezza. A quanto ci risulta, solo in un caso c’è stata la verifica del tampone che ha avuto, in effetti, esito positivo.

Gli altri casi sono invece di persone che hanno sintomi influenzali, in alcuni casi anche leggeri. Nella situazione di emergenza, funziona infatti così: dal momento che si ha la certezza della presenza del virus, tutte le altre persone che hanno i sintomi della malattia vengono considerate come positive. È una convenzione che è stata applicata sin da subito in Trentino e non in altre regioni.


AGGIORNAMENTO 1 aprile 2020 – ore 19.50: in una prima versione di questo articolo, si indicavano i 17 casi positivi (dato aggiornato a martedì). Abbiamo ora modificato, indicando i tre casi in più confermati mercoledì (per un totale di 20)

Il piano di emergenza


Ma come è entrata l’epidemia nella casa di riposo? Probabilmente attraverso il personale, visto che i familiari non possono più entrare da settimane. La malattia può infatti trasmettersi anche da chi non presenta sintomi. Di fatto, come ha spiegato il presidente della casa di riposo, a metà della settimana scorsa ci sono stati i primi casi di persone leggermente sintomatiche, sia nel personale sia negli ospiti. Il primo ospite, sicuramente malato, si trova nel nucleo Alzheimer.

La casa di riposo ha fatto scattare un piano di emergenza, secondo le direttive previste dall’azienda sanitaria. Significa innanzitutto che le 20 persone sono state isolate, per quanto possibile. Tutti gli operatori che entrano in contatto diretto con loro sono protetti.

Un operatore al lavoro nella casa di riposo di Lavis

In cerca di mascherine


Su questo c’è però il primo problema di una situazione difficile. Alberto Giovannini, presidente della casa di riposo, ha spiegato – in un’intervista al Trentino – che attualmente le protezioni massime, le uniche efficaci contro il virus, sono state fornite dalla Protezione civile solo per il personale che lavora dove ci sono i malati. Perché questo prevedono le direttive. Significa che gli operatori che lavorano in altri reparti devono talvolta accontentarsi delle mascherine chirurgiche, o di riciclare mascherine già utilizzate.

C’è ovviamente un’alternativa. La casa di riposo sta cercando di trovare altro materiale sul mercato. Ma non è facile. Un fornitore che aveva promesso 500 mascherine ha modificato l’ordine, riuscendo a consegnarne solo 150. Anche per questo, è stata avviata una raccolta di fondi. Si può donare all’iban IT62 J 03599 01800 0000 0013 8984, intestato all’A.p.s.p. Giovanni Endrizzi di Lavis, con causale “Coronavirus”.


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Nelle case di riposo


A questo punto, va fatta una considerazione, anche se può sembrare banale. La casa di riposo si trova ad affrontare questa emergenza nel contesto di una pandemia. È tutto il mondo ad essere in difficoltà. E in Trentino sono state proprio le case di riposo a pagare il tributo più alto.

Sempre secondo i dati dell’azienda sanitaria, i casi nelle rsa – dall’inizio dell’epidemia – sono stati 597 (223 hanno avuto il tampone). E purtroppo ci sono stati anche 57 decessi (nessuno di questi a Lavis). Ma ci sono anche 115 persone che non hanno più i sintomi della malattia. In un solo giorno, ieri, ci sono stati 70 casi di remissione dei sintomi. La situazione è grave. Ma si può guarire dopo aver avuto il coronavirus, anche nelle case di riposo.

Sostegno morale


Proprio come negli ospedali, nelle rsa il personale sta facendo un lavoro straordinario. Bisogna considerare che una parte degli operatori – anche a Lavis – è costretta a casa, in isolamento volontario e senza sintomi, perché ha avuto possibili contatti con persone poi positive al coronavirus. Inoltre, mancano tutti i volontari e i giovani del servizio civile, che normalmente permettono di alleggerire il peso che sta sulle spalle del personale.

Insomma, la situazione è sicuramente difficile. Ma, in questo contesto, non aiutano messaggi allarmistici, informazioni parziali (quando non sbagliate) e discussioni polemiche fatte sui social, anche se in buona fede. Ovviamente ci sarà anche il momento della riflessione, quando si dovrà discutere di cosa si poteva fare meglio per fronteggiare l’emergenza. Ora però servirebbe un appoggio diverso, sia ai nostri nonni sia a chi in casa di riposo continua a lavorare. Un sostegno morale innanzitutto. E poi, per chi può, magari anche una piccola donazione.

Giornalista professionista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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