«Per sempre nel nostro cuore»: l’addio di Lavis ai padri canossiani

Dopo quasi cinquant’anni, la congregazione lascia il paese: in un lungo pomeriggio, l’intera comunità ha voluto ringraziarli per tutto quello che hanno fatto

LAVIS. C’era praticamente l’intera Lavis per l’addio ai padri canossiani, domenica 29 settembre, in un lungo pomeriggio, denso di emozioni. E se dovessimo scegliere una sola parola per riassumere il senso di tanti discorsi, quella parola sarebbe “grazie”. Perché ovviamente c’è tanta malinconia, in paese.

Ma alla fine ciò che conta davvero è proprio quel senso di gratitudine. Un sentimento condiviso per quanto è stato costruito, in quasi cinquant’anni di storia.

Il motivo dell’addio

Facciamo un piccolo passo indietro. La notizia dell’addio dei padri canossiani si era diffusa, all’improvviso, a fine maggio. La motivazione dell’addio è la crisi generale delle vocazioni. Oggi in tutta Italia ci sono solo 56 religiosi canossiani attivi e 37 hanno più di 70 anni. Solo quattro hanno meno di cinquant’anni.

«Partendo da questa situazione, siamo stati costretti per il 2019 a rivedere la nostra presenza in due comunità», aveva spiegato in oratorio a Lavis Carlo Bittante, padre generale dei canossiani. Una delle due è appunto Lavis, l’altra Acireale.

La notizia è stata anticipata al vescovo solo lo scorso 5 aprile e poi confermata in un successivo incontro il 13 maggio, alla presenza dei tre canossiani che ancora risiedevano a Lavis.

La storia dei canossiani

Questa lunga storia era iniziata con don Luigi Zadra, nel 1971 (48 anni fa). L’allora decano era in cerca di una congregazione a cui affidare l’oratorio, dopo i recenti lavori di ampliamento. Scelse i canossiani essenzialmente per due motivi.

Innanzitutto perché in paese, ai tempi, già c’erano le suore canossiane. E poi perché questa congregazione aveva sempre avuto, nel suo dna, una particolare attenzione ai giovani. Da allora, per Lavis sono passati 22 religiosi, in pianta più o meno stabile. I primi ad arrivare furono padre Umberto e padre Giacomo, a cui si aggiunse poco dopo padre Roberto. Quello che è rimasto più a lungo è stato padre Giuseppe Baccin, arrivato in paese nel 1983 e rimasto fino all’ultimo.


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Mani colorate

Proprio padre Giuseppe ha ammesso candidamente la sua commozione, nel giorno dell’addio: «Durante la Messa continuavo a piangere e non capisco perché». Intorno a lui, per l’intero pomeriggio si è formato un nugolo di persone, tutti in attesa della loro occasione per salutarlo: «Vi voglio bene», ha detto lui.

Per la Messa delle tre di pomeriggio è arrivato a Lavis il vescovo, Lauro Tisi. Anche lui ha ringraziato i canossiani per il loro servizio in paese. La chiesa era stipata di persone, fra applausi e discorsi di ringraziamento. Sul finire, i bimbi hanno circondato i padri, con mani di carta colorata, a simulare un saluto. Ma anche un lungo abbraccio collettivo.

La banda sociale ha scortato tutti all’oratorio, dove c’è stata la festa, finita solo a tardo pomeriggio.

Il sindaco Andrea Brugnara in oratorio

Un luogo di comunità

«Sto pensando a quale ruolo hanno avuto i padri canossiani per me – ha detto il sindaco Andrea Brugnara –. Quando ero piccolo, i padri erano quelli che mi lasciavano giocare con i bimbi più grandi, perché l’oratorio è sempre stato un luogo dove esistono le regole. Fra le tante cose, qui si imparava a convivere, a dialogare e a stare con gli altri. Poi sono diventato animatore e mi piaceva venire qui per imparare a vivere con Gesù. Da adulto, sono tornato con mio figlio, a giocare a pallone».

Secondo il sindaco, l’oratorio è sempre rimasto un luogo di comunità, un posto pronto ad accogliere anche persone di religioni diverse.



Una comunità viva

Tutto questo ovviamente continuerà a sopravvivere a Lavis, perché nella comunità si può contare su una realtà formata da laici che hanno accompagnato, durante questi cinquant’anni, la vita dell’oratorio insieme ai canossiani.

L’intero paese ha comunque voluto dire grazie ai padri per quanto hanno fatto in questo periodo. Ognuno ha il suo buon motivo per farlo. Che sia un ginocchio sbucciato inseguendo un pallone all’oratorio. Il ricordo di un tempo più o meno lontano. I falò che si accendevano nella notte di Dimaro, durante i campeggi.

Tutto questo, e molto altro, fa parte della storia recente di Lavis. Ed è impossibile dimenticarlo.

Giornalista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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