Lavis saluta gli infermieri venuti da lontano: così hanno contribuito a salvare la casa di riposo

Erano quattro e provenivano da Lazio, Puglia e Sardegna. Per tre settimane hanno dato un aiuto fondamentale, proprio nel momento di maggiore difficoltà

Il sindaco Andrea Brugnara, l’assessora Isabella Caracristi, direttrice e presidente della casa di riposo, con i quattro infermieri

LAVIS. La scorsa settimana hanno finito il loro lavoro alla casa di riposo di Lavis quattro infermieri, inviati dalla Protezione civile nazionale. Per qualche settimana sono stati un rinforzo indispensabile, in un momento in cui l’epidemia si stava facendo sentire con più forza.

Ora le cose vanno un po’ meglio, anche se ovviamente l’emergenza non è rientrata del tutto. E così il sindaco Andrea Brugnara e l’assessora Isabella Caracristi hanno voluto ringraziare ufficialmente i quattro infermieri, donando loro alcuni libri con la storia del paese: «Ho portato il ringraziamento di tutti i cittadini di Lavis», spiega il sindaco.

Segnali di miglioramento


«La situazione è sempre delicata e quindi dobbiamo essere prudenti: però i segnali di miglioramento ci sono – dice Alberto Giovannini, presidente della casa di riposo –. Nell’ultima settimana sono stati fatti altri tamponi e ora possiamo contare su 19 guarigioni solo fra gli ospiti».

In più, piano piano stanno rientrando anche gli operatori che si erano ammalati. «È una felice coincidenza: perché il nostro personale sta guarendo, proprio mentre gli infermieri della Protezione civile nazionale hanno finito il loro percorso e stanno tornando a casa», spiega Giovannini.

Infermieri “in prestito”


I quattro – due provenienti dal Lazio, uno dalla Puglia e una dalla Sardegna – sono rimasti in zona per tre settimane. In realtà a Lavis hanno lavorato qualche giorno in meno, considerando il tempo necessario per il viaggio e la formazione. «Per noi sono stati un’àncora di salvezza, perché sono arrivati nel momento in cui eravamo in maggiore difficoltà», dice Giovannini.

Gli infermieri provenivano tutti dai reparti di terapia intensiva dei loro ospedali. Portavano dunque con loro una certa dose di competenza. A Lavis hanno però avuto l’occasione di riscoprire il lato umano della loro professione: «Normalmente siamo abituati ad avere a che fare con pazienti sedati – hanno raccontato –. Qui invece siamo stati a stretto contatto con gli anziani».

Aeroporto deserto


Inoltre, hanno potuto fare un’esperienza con il Covid, che ora riporteranno nelle loro regioni, dove per loro fortuna l’epidemia non ha attecchito. Sono arrivati per la loro missione trentina in piena fase uno:

«Siamo atterrati all’aeroporto di Orio al Serio a Bergamo ed è stato impressionante trovarlo completamente vuoto. E così è stato sbalorditivo anche il viaggio in autostrada, senza nessuna altra auto».

Verso la fase due


In casa di riposo, la speranza ora è che anche gli ospiti che ancora hanno i sintomi della malattia possano presto guarire. Nel frattempo, ce ne sono una trentina che non si sono mai ammalati. Oltre ai tamponi, è stata avviata una campagna di test sierologici.

Cercare di ricostruire la storia personale di ogni ospite è importantissimo, prima di discutere una possibile “fase due”. «In realtà è un argomento su cui ci stiamo già confrontando, anche con le altre case di riposo: ma non è una questione semplice – spiega Giovannini –. È chiaro che prima o poi dovremo riaprire alle visite dei parenti. Ma bisognerà discutere come, quando e dove. Dobbiamo mantenere la sicurezza dei nostri anziani».

Giornalista professionista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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