Lavis e don Grazioli (1 di 5) – Un prete di campagna e il suo tempo: venti di rivoluzione

LAVIS. Il 28 dicembre del 1808 nasceva a Lavis don Giuseppe Grazioli. Dopo 211 anni, iniziamo con questo articolo un viaggio in cinque puntate nella sua vita. Scopriremo così uno dei personaggi più illustri della storia di Lavis e del Trentino. Il punto di partenza è un libro del 2012, edito dall’Associazione culturale Lavisana e intitolato “Lavis e don Grazioli. I 100 anni del suo monumento“. I testi sono stati in parte rivisti dai rispettivi autori, per permettere una lettura più agevole sul web.

Nei primi due episodi ci tuffiamo nell’atmosfera del tempo, cercando di capire la figura di don Grazioli dal punto di vista storico. Nella terza puntata ripercorreremo la storia dell’economia, ripercorrendo i motivi dei viaggi del prete lavisano verso l’Oriente, alla ricerca dei bachi da seta. Nella quarta puntata, leggeremo alcuni giornali del passato, per capire come i contemporanei raccontavano don Grazioli. Nell’ultima puntata, ci occuperemo del monumento che Lavis ha voluto dedicargli.


Lavis e don Grazioli

Seconda puntata – La battaglia per la libertà

Terza puntata – La fragile economia del Trentino di metà Ottocento

Quarta puntata – La storia nelle cronache e nei documenti

Quinta puntata – La storia del monumento


Un mondo che cambia

Quando don Grazioli nasce a Lavis 211 anni fa, il territorio dell’attuale Trentino è il teatro diretto di scontri che si stanno combattendo su scala europea. Da una parte c’è la coalizione composta da Regno Unito, Impero austroungarico, Prussia e Russia. Dall’altra, l’ar­mata francese, guidata da Napoleone Bonaparte, con i suoi alleati.

Anche una piccola città come Trento non può sfuggire ai grandi capovolgimenti della storia. Sul finire del 1802 c’è la secolarizzazione formale del principato ecclesiastico. Nel 1805, con il trattato di Presburgo, l’intero Tirolo, compreso il territorio trentino, è annesso alla Baviera.

Alcuni storici sottolineeranno come questo dominio sia antistorico, studiato a tavolino per compensare l’aiu­to dato dai Bavaresi a Napoleone, durante la battaglia di Austerlitz. Il Tirolo tedesco in particolare si sente ancora fortemente legato a casa d’Austria. Non riesce ad accettare i tentativi di riforma voluti da Monaco, vissuti come vere e proprie ingerenze dall’alto. Nel 1809, i malumori sfociano nella rivolta guidata da Andreas Hofer.


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Uno spirito nuovo

Sebbene la popolazione non è quindi sempre in grado di comprenderne gli effetti, la recente ricerca storica tende comunque a sottolineare l’impatto delle riforme bavaresi. E le conseguenze che esse ebbero anche nella storia del Tirolo italiano.

Nonostante la fiera opposizione dei ceti tradizionali (e in particolare del clero, soprattutto nelle valli), alcune delle istanze portate avanti da Illuminismo e rivoluzione francese riescono a superare le solide mura culturali del vecchio principato vescovile. Ne approfitta un nuovo ceto dirigente, che si forma proprio in quel periodo. E che diventa protagonista degli anni concitati dopo il 1848.

Napoleone Bonaparte

Restaurazione mancata

Ma nel frattempo si volta ancora pagina. Con il trattato di Parigi, l’attuale Trentino viene annesso al Dipartimento dell’Alto Adige, e per la prima volta al Regno italico, con Milano come capitale. Queste zone sono sotto il dominio diretto dei francesi. Il risultato è che il Tirolo italiano continua a seguire la strada delle riforme, già introdotte dai bavaresi.

Anche dopo la caduta di Napoleone, il congresso di Vienna (1815) e il ritorno della sovranità degli Asburgo, la Restaurazione è spesso solo formare. Il ripristino delle vecchie forme politiche, con quegli antichi privilegi feudali che i bavaresi e francesi avevano tentato di annullare, non significa affatto un ritorno all’antico regime1.

«Ogni istituzione rimessa in attività venne (…) svuotata di significato o comunque non fu più in grado di costituire un ostacolo per l’am­mi­ni­str­azione centrale».Mauro Nequirito

Ritrovarsi all’Istituto sociale

Questa parte della storia riguarda ovviamente solo una minoranza della popolazione, anche se significativa. Sono soprattutto i borghesi cittadini che vivono maggiormente il cambiamento. In loro, hanno presa alcune idee di riforma so­cio-culturale. Molto spesso si traducono anche nell’opposizione ideologica al regime austriaco. E nella simpatia per una nazione italiana, di fatto ancora da formare.

Queste idee trovano come via privilegiata di diffusione le società segrete e la massoneria in particolare. Ma non solo. L’associazionismo civile, nelle sue molteplici forme, è un collante ideale per un ceto formato da borghesi, funzionari, e professionisti, che si trovano uniti dagli stessi ideali.

Luogo fondamentale di aggregazione è a Rovereto l’Accademia degli Agiati, vero e proprio centro culturale del Tirolo italiano. A Trento c’è invece l’Istituto Sociale, fondato per la prima volta nel 1808 come Casino dei Nobili. E poi – dopo varie traversie – riaperto trent’anni dopo. Nato come circolo culturale, ricreativo e musicale, è il posto per eccellenza dove si incontrano i membri eminenti del nascente ceto borghese. Nel Gabinetto di Lettura, hanno l’occasione di discutere dell’attualità politica. Soprattutto possono leggere i giornali e le riviste straniere a cui l’Istituto è abbonato.

François Guizot

Venti di rivoluzione

E così a Trento arrivano sicuramente le notizie di ciò che nel frattempo sta accadendo in Europa. La borghesia liberale è insorta, osteggiando i poteri riportati in auge dal congresso di Vienna. Ancora una volta, vengono ritenuti comunque un antico retaggio da estirpare. A tutto questo si aggiunge l’effetto di una crisi economica, causata dai pessimi raccolti del 1845 e 1846.

Dopo le prime insurrezioni italiane a gennaio (a Milano e Palermo), la vera spinta alla Rivoluzione viene ancora da Parigi. L’insurrezione scoppia fra il 23 ed il 24 febbraio del 1848, quando il primo ministro francese François Guizot impedisce lo svolgimento di un banchetto pubblico convocato dalle opposizioni.

Libertà, uguaglianza e fraternità

La reazione è spontanea. Alla protesta partecipano anche donne, bambini, disoccupati e numerosi studenti. I manifestanti ottengono dal re di Francia, Luigi Filippo d’Orleans, le dimissioni di Guizot. Ma non basta: quando le truppe che sorvegliano il Ministero degli Esteri aprono il fuoco contro i manifestanti, la popolazione reagisce ancora più compatta.

Vengono innalzate le barricate, costruite sfruttando gli stretti vicoli di Parigi. Il re viene costretto ad abdicare. Gli insorti proclamano un governo provvisorio, di stampo repubblicano. Qualcuno scrive sul seggio reale:

«Il popolo di Parigi a tutta l’Eu­ropa: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. 24 febbraio 1848».

Rivoluzione a Vienna

E in Europa c’è chi risponde all’appello. A marzo la rivoluzione scuote anche l’impero asburgico. Richieste liberali, contro la censura e il potere verticistico, sono presentate in apposite petizioni a Budapest e Praga. Ma è Vienna a dare il via al­l’in­surrezione.

Il 13 marzo le truppe tentano di sgomberare la folla nelle strade, aprendo il fuoco sulla popolazione, che reagisce immediatamente. La rivoluzione porta alle dimissioni del cancelliere von Metternich, fra i veri protagonisti della restaurazione austriaca. All’interno dell’impero, molto spesso le istanze liberali – libertà di stampa e associazione, riforme elettorali, salari più alti – si accompagnano a richieste di indipendenza nazionale, o di autonomia2.

«Cominciata per ragioni economiche o costituzionali, la rivoluzione si incanala in movimenti in favore del­l’in­di­pendenza nazionale».Marco Bellabarba e Serena Luzzi

Libertà e democrazia

Il 15 marzo l’insurrezione contagia Budapest. Nel Lombardo-Ve­neto le truppe del maresciallo Josef Radetzky e del generale Ferdinand Zichy sono temporaneamente cacciate rispettivamente da Milano (18 marzo) e Venezia (17 marzo).

La rivoluzione arriva poi nell’attuale Germania. Fra la fine di febbraio e marzo ci sono disordini nella parte occidentale, in Baviera, nella Prussia orientale e nel nord (compresa Berlino). I disordini rurali del sudovest si allargano anche alla Germania centrale e alla Prussia orientale. Sono movimenti contadini, che puntano perlopiù all’abolizione dei retaggi feudali. Qualcosa di diverso rispetto ai movimenti politici delle città. Lì ci sono i borghesi, in lotta – dicono loro – per la libertà e la democrazia.

Un’assemblea costituente

In gran segreto, 51 liberali tedeschi si riunisco ad Heidelberg, nella zona sud occidentale della Germania. Con un atto di pura rivoluzione, decidono di indire autonomamente un’assemblea dei membri delle assemblee di Stato. Il 30 marzo a Francoforte, 600 delegati, provenienti dalle varie realtà locali. Insieme danno vita a un Vorparlament: decidono di indire le elezioni per una vera e propria as­sem­blea costituente.

Il Parlamento, incaricato di elaborare una costituzione, si ritrova dunque nella Paulskirche di Francoforte, a partire da maggio. I rappresentanti provengono da tutti i territori appartenenti alla Confederazione germanica. Dal 1815 c’è anche l’Impero austriaco. Anche il Tirolo. E quindi il Trentino.

Andiamo via da Vienna

Anche nel Tirolo tedesco ci sono state in effetti insurrezioni, a cui hanno preso parte soprattutto studenti. Sono stati però spesso movimenti minoritari. Nelle campagne rimaneva forte il sostegno all’impero, predicato soprattutto dal clero. Non è un caso che l’imperatore Ferdinando I, in fuga da Vienna, avesse deciso di rifugiarsi proprio ad Innsbruck.

Nel Tirolo italiano, Trento registra alcuni episodi di ribellione. C’è l’assalto alla caserma della guardia di finanza e all’ufficio dell’ispettore del dazio. In Valsugana, a portare idee di “stam­po rivoluzionario” sono innanzitutto gli studenti iscritti all’Università di Padova. Molti di loro finiscono con l’arruolarsi con i corpi franchi. Sono gruppi di volontari, i cosiddetti crociati, che, anche da diverse zone del Trentino, insorgono con l’obiettivo di combattere il dominio austriaco.

Il 18 marzo giunge a Trento la notizia che Ferdinando I, costretto in questo senso dalla rivoluzione, abbia promesso la costituzione. Il 19 marzo, giorno di festa nel capoluogo, una folla di cittadini chiede al magistrato politico-economico di stendere una supplica, per chiedere formalmente il distacco del Tirolo italiano da quello tedesco e la sua aggregazione al Lombardo-Veneto. Ma Vienna non può accettare una richiesta di questo tipo: il Trentino rimane austriaco.

Un prete in carcere

In questa prima puntata abbiamo dato un’idea – anche se in maniera molto sintetica – dell’atmosfera del tempo. Era solo un’introduzione che però diventa fondamentale per capire la vita di don Grazioli. Il Trentino in questo periodo è immerso in un clima di grande incertezza, al limitare di grandi sconvolgimenti su scala europea.

L’impero asburgico vive questo periodo con grande preoccupazione. E molto spesso decide di intervenire preventivamente. Ci sono persone che vengono imprigionate solo per il sospetto che abbiano simpatie per l’Italia. Fra di loro c’è proprio quel prete, originario di Lavis. Don Grazioli finirà dietro le sbarre in una prigione di Innsbruck: ma questa parte della sua storia la racconteremo dalla prossima puntata.


Lavis e don Grazioli

Seconda puntata – La battaglia per la libertà

Terza puntata – La fragile economia del Trentino di metà Ottocento

Quarta puntata – La storia nelle cronache e nei documenti

Quinta puntata – La storia del monumento


 

Note

  1. Mauro Nequirito, Il tramonto del principato vescovile di Trento, pp. 360-61. Cfr. anche Nequirito, Il Tirolo italiano negli anni del Vörmarz, p. 314
  2. M. Bellabarba, S. Luzzi, Il territorio trentino nella storia europea. III. L’età moderna, Trento, Fondazione Bruno Kessler, 2011, p. 177

Giornalista professionista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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