I misteri della chiesa di San Pietro a Mezzolombardo

Fra i tesori custoditi dalla chiesa c’è anche un pregevole dipinto che rappresenta l’adorazione dei Magi

Mezzolombardo. “…pungendomi il desiderio di rivedere la patria, e impaziente di ulteriore dimora mi determinai di recarmi a casa…Feci la strada per terra da Gargnano, Pieve, Tremosine e fino a Limone, e senza recare indugio in mezzo difilato a Mezzolombardo. Quando dopo quattro anni di assenza, e dopo così lungo e incerto vagare vidi dalla strada della Nave spuntare il campanile di San Pietro mi sentii angustiare il petto da insoliti battiti de core e salita la scala, nel trovarmi faccia a faccia con mia madre, parea che a me ed a lei si soffermasse la respirazione…”

Così Francesco Filos, noto personaggio di Mezzolombardo del XIX secolo, racconta nelle sue “Memorie e confessioni di me stesso” la visita nel 1801 al paese natale dal quale mancava a causa delle vicende conflittuali che di lì a breve sarebbero sfociate nelle cosiddette guerre napoleoniche, a riprova di quanto la chiesa di san Pietro e il suo campanile sul colle, che caratterizzano da secoli il paesaggio della borgata, costituiscano motivo di attaccamento religioso e di tradizione alle origini storiche dell’abitato; la chiesa è stata ed è ancora anche l’oggetto di molte riflessioni e interrogativi su alcuni misteriosi elementi mai del tutto chiariti dagli studiosi.


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I restauri e le recenti scoperte


Come noto la chiesa è stata di recente oggetto di lavori di restauro sia interni che esterni che, se da un verso hanno finalmente consolidato la struttura, dall’altra si sono rivelati una imperdibile occasione per studiarne dal punto di vista archeologico la sua evoluzione architettonica. Una delle domande più ricorrenti è quella relativa all’epoca della costruzione originaria e le indagini archeologiche concluse nel 2019, hanno permesso di individuare sotto la pavimentazione una stratigrafia complessa che pare risolversi in ben cinque fasi costruttive, partendo da una prima fase di tardo antico o alto-medioevo per arrivare fino alla situazione attuale.

Proprio il lacerto edile della prima fase, sembra individuare una tomba od una cappella funeraria mentre la fase successiva, sempre altomedievale, pare riferirsi ad una tomba di neonato con frammenti di corredo costituito da pettine in osso che parrebbe d’epoca longobarda. La tipologia della cappella funeraria ricorda alcune tombe della necropoli di Castel Trosino anche per la connessione in questo periodo storico, fra la costruzione di una chiesa privata eretta da una famiglia fondatrice e destinata all’intercessione e commemorazione liturgica della stessa, e la sepoltura dei suoi componenti, senza espletare funzioni di pieve.

Vi è stata anche la scoperta, fra i numerosi frammenti di un affresco quasi sicuramente parietale, di un pezzo di intonaco rappresentante un intrigante volto maschile databile al XIII- XIV secolo, che porta a ipotizzare il notevole sforzo economico della comunità dell’epoca quale committente di affermati artisti per dotare la chiesa di pregevoli raffigurazioni religiose. A conferma c’è il ritrovamento, dietro l’altare laterale destro dedicato a Santa Lucia, di un misterioso e non ancora interpretato affresco di un personaggio, che solo il previsto restauro potrà forse chiarire.

L’adorazione dei Magi


Nella predella di questo altare, eretto nella seconda metà del XVI secolo, vi è un dipinto che rappresenta l’Adorazione dei Magi, tema ricorrente dell’iconografia cristiana, che si basa in primis sulla narrazione del Vangelo di Matteo e su quella della tradizione evangelica apocrifa, ma a partire dal XI secolo anche su leggende e tradizioni orali popolari, come quella della presenza di un Mago di colore scuro.

A partire dal basso Medioevo i Magi assunsero anche il ruolo di protettori dei viaggi e dei pellegrinaggi e, nel mondo tedesco e scandinavo, sorse la tradizione di scrivere le iniziali dei loro nomi (C+M+B, Caspar, Melchior, Balthasar) sulle porte delle case ad invocare la loro protezione, e quella di usare la stella quale insegna di osterie e alberghi (curiosamente un locale posto alle pendici del colle di San Pietro porta ancora oggi il nome di Bar alla Stella).

Il dipinto, molto curato nei particolari, è stato attribuito ad un anonimo pittore di scuola tedesca. Risulta interessante la raffigurazione della stella cometa che ricorda quella dipinta da Giotto nel 1302 nella Cappella degli Scrovegni a Padova, e che farebbe pensare ad un artista d’ambito diverso ovvero ad un artista che aveva ben in mente il dipinto giottesco.

Gli studiosi recentemente hanno ipotizzato che Giotto abbia visto di persona la stella nel 1299, e pertanto abbia potuto rappresentarla in questa modalità dando il via alle successive imitazioni pittoriche del fenomeno astrale, descritto nel 1531 da Pietro Apiano e che nel 1705 con lo scienziato Edmund Halley, che darà il nome con il quale oggi noi chiamiamo la cometa, troverà la spiegazione scientifica della visibilità ricorrente ogni settanta anni.

La necropoli


Altro motivo di interrogativi è dato dalla scoperta di una necropoli di oltre cinquanta tombe con scheletri in buona parte ben conservati, emersa dagli scavi archeologici coordinati dalla Soprintendenza per i Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento. Si tratta di inumazioni sia di adulti che infantili, con alcuni casi di sepolture bisome di entrambi le età (una particolarmente toccante vede due individui infantili abbracciati), e di un caso di individuo mancante delle ossa di un arto inferiore forse per un atto di violenza subito.

Questa concentrazione di sepolture, in parte interne e in parte esterne al perimetro delle fondamenta della chiesa precedente all’attuale, che aveva un orientamento angolare dell’abside più rivolto a Nord rispetto a quello odierno, solleva altri quesiti: chi sono questi defunti? queste morti sono coeve? Sono riferibili all’epidemia di peste del 1348?

Interrogativi che forse troveranno risposte nell’ipotesi venga dato avvio ad un progetto di ricerca con le datazioni radiocarboniche sui frammenti di affresco e sulle malte prelevate, assieme ad analisi paleopatologiche ed isotopiche e del C14 di campioni dei resti scheletrici, finalizzati a determinare età, sesso, statura, DNA, malattie, usura elementi dentari, dieta e stile di vita, che possa rivelare lo spaccato storico unico di una comunità, ma serva anche quale parametro esemplificativo dei caratteri di vita del Trentino degli ultimi duemila anni.

Da oltre trent'anni l'Associazione Castelli del Trentino è attiva nell'ambito culturale provinciale soprattutto attraverso pubblicazioni, convegni e cicli di conferenze sotto il titolo di "Gli Incontri del Giovedì". Tutte le sue attività sono libere e gratuite.

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