Sorni in lutto per la morte di don Giovanni, sacerdote per settant’anni

Parroco amato in tante comunità e per oltre trent’anni guida spirituale a Sorni. Con il suo sorriso, le battute e la vicinanza alla gente, ha lasciato un segno indelebile nei cuori di chi lo ha incontrato

SORNI DI LAVIS. Lo stiamo leggendo ovunque, da ore. Don Giovanni Battista Fedrizzi è tornato alla casa del Padre all’età di 95 anni, di cui ben 71 a servizio della sua amata Chiesa.

LA SUA STORIA


Nato a Mezzolombardo, ordinato a Trento nel 1954. Fu viceparroco a Borgo Valsugana (1954-1956), Levico (1956-1959), quindi parroco a Villa Banale (1959-1965), Roncone (1965-1976), Pellizzano (1976-1981), Pieve di Bono e Prezzo (1981-1994) e infine per 23 anni a Sorni di Lavis (1994-2017), dove poi rimase come collaboratore pastorale. Nel giugno del 2024 Sorni gli dedicò una grande festa per i suoi settant’anni di sacerdozio. Da alcuni mesi don Giovanni era ricoverato alla Casa del Clero, dove è morto nella serata di martedì. Il funerale sarà celebrato nella chiesa parrocchiale di Mezzolombardo venerdì 12 settembre alle 15:30.

Il sindaco di Lavis, Luca Paolazzi, ha detto: «Ne sentiremo la mancanza. Don Giovanni per tanti anni è stata una presenza mite, gentile e amica di fondamentale importanza per la comunità dei Sorni e per tutte le persone che lì abitano, dal più giovane al più anziano. Le piccole comunità hanno bisogno di punti di riferimento, di presenze umane sensibili, in grado di fare da collante e di farsi agenti di coesione e di inclusione. Don Giovanni per Sorni è stato tutto questo, ed è quindi doveroso mandargli un affettuoso grazie. Rivolgo alla sua famiglia e a tutta la comunità parrocchiale le più sentite condoglianze».

QUELL’INCONFONDIBILE LUNGA TUNICA NERA


Ce lo ricordiamo tutti: la sua lunga tunica nera cui era molto affezionato, un grande sorriso in volto e una parola buona rigorosamente accompagnata da una battuta. Ogni conversazione con lui significava perdersi in aneddoti, barzellette, racconti di vita e tanti consigli. Si, perché don Giovanni sapeva ascoltare, era un prete “di campagna”, sapeva stare in mezzo alla gente ed amava questa prossimità, questo legame che riusciva ad instaurare immediatamente con i fedeli.

Foto di Ennio Lappi, da Facebook

LE PRIME CONFESSIONI


Uno dei primi ricordi che mi lega a don Giovanni sono le confessioni. Un gruppo di 40 ragazzini in seconda elementare che si preparano per il sacramento della riconciliazione, qualche sedia sparsa negli spazi della chiesa, e in un angolo lui, con il capo chino e gli occhi chiusi. Mi ero avvicinato curioso e non appena aveva avvertito la mia presenza mi aveva sorriso chiedendomi il nome. Non ricordo quale marachella avessi confessato, ricordo però i suoi occhi e la calma della sua voce, l’imposizione delle mani, la serenità che mi aveva accolto dopo aver parlato con lui, come se avesse guardato dentro la mia anima e l’avesse, in qualche modo, alleggerita.

L’INSTANCABILE VOGLIA DI FARE


Il ricordo più prezioso risale a neanche un anno fa. Lo ricordo infatti con il sorriso quando, a novembre 2024, molti anni dopo quella confessione, mi ero ritrovato ai Sorni in occasione della visita pastorale del vescovo don Lauro. A seguito della celebrazione ero andato a casa di don Giovanni col vescovo e il parroco di Lavis, don Lamberto: senza neanche aver avuto il tempo di sedermi mi ero ritrovato un ottimo caffè tra le mani, preparato in tempi record dal don. Qualche battuta, qualche sguardo d’intesa col vescovo, lui invece aveva fatto colazione con pane e latte, che ci aveva confidato essere la sua colazione abituale.

Poco dopo ci aveva fatti salire in macchina per la visita agli anziani e agli ammalati della frazione: con grande stupore, nonostante sia io che il vescovo ci fossimo offerti di guidare, si era seduto lato autista e ci aveva portati a destinazione. D’altronde, Sorni era la sua casa.

Anche dai malati mi aveva colpito quell’aura di serenità che rilasciava: sorridente, mai fuori luogo, saggio, con sguardo bonario. Quella mattina, come tante altre nella sua missione al servizio di Dio e della comunità, don Giovanni ha saputo ascoltare, osservare e predicare la Parola rendendo felici anche quegli anziani che non potevano più permettersi di raggiungere la Messa.

UN UOMO DEL FARE, A SERVIZIO DI DIO


È così, don Giovanni è stato un uomo del fare: non si è mai tirato indietro, anzi. Si è rimboccato le maniche, si è messo in cammino e ha saputo guidare le comunità dove ha svolto il suo servizio verso il domani. È stato amico e confidente, parroco che con estrema umiltà ha diffuso la Parola e l’ha trasformata in qualcosa di concreto e vicino a tutti noi. Ma soprattutto, ha saputo abitare i nostri cuori affidando al cielo le nostre intenzioni.

Grazie don Giovanni, per la luce che hai portato nelle nostre comunità e nella nostra vita. Non sarai dimenticato.

 

Nato a Trento nel 2001, studente di Lingue Moderne all’Università degli Studi di Trento, è collaboratore per il quotidiano il T e per il settimanale Vita Trentina. Grande appassionato di cinema e serie tv, è vicepresidente dell’Associazione Culturale Lavisana.

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