La storia dell’occupazione dello stabilimento Esterer di Lavis

La protesta operaia locale nata e terminata in modo davvero singolare

Lavis. Negli anni dello sviluppo economico e urbanistico di Lavis una delle prime fabbriche a insediarsi nella zona industriale a ovest del paese fu la ditta Esterer-Zilio (poi Esterer) che si occupava della lavorazione di marmi e graniti, esportati poi principalmente in Germania.

Riprendendo quanto annotato negli Annali Lavisani troviamo che nel 1963:

(15 novembre): il Consiglio com. approva la convenzione tra il comune di Lavis e la S.P.A. Esterer-Zilio con la quale il comune stesso si impegna a vendere a detta Società, per l’importo di lire 36.000.000, un lotto di terreno di circa 7 ettari in località “Giaroni”, nella zona prevista dal P.U.P. a destinazione industriale, dove la Società costruirà a proprie spese un stabilimento per la lavorazione del marmo, granito ed altre pietre dure. E’ prevista l’assunzione entro l’anno 1974 di una settantina di unità lavorative. L’”operazione” rientra nel piano di industrializzazione del comune di Lavis.

Effettivamente la Esterer nel giro di qualche anno arrivò a occupare una settantina di operai diventando quindi un’importante realtà economica per il paese di Lavis.

I primi problemi e la decisione di licenziare


Con l’aumento della produzione però cominciarono anche i primi problemi di carattere ambientale. Alla fine degli anni ’60 la Sloi di Trento era al centro dell’attenzione per il problema inquinamento, divenuto molto caldo, e le indagini delle autorità non si limitarono alla sola fabbrica cittadina. Il giornalista Luigi Sardi ricorda dalle cronache dell’epoca che:

Il pretore Nestore Capozzi aveva condannato il direttore della Sloi Bertotti a 160.000 lire di multa per gli scarichi nella Fossa. Ma aveva condannato anche altre imprese: la Prada, la Redi Marmi, le cantine Schiripa e la Esterer. Anche loro, senza dolo, inquinavano perché in quell’epoca non si era affrontato il problema delle scorie prodotte dalla lavorazione (L’adige.it)

Ma quello ambientale non era l’unico problema della Esterer.

Siamo nel 1976 e gli operai, in un modo davvero singolare, vennero a sapere dell’imminente licenziamento di 10 di loro. Allora per scrivere le lettere si utilizzava la macchina da scrivere e per farne più copie si usava la carta carbone. La lettera di licenziamento, che doveva rimanere riservata, era custodita in qualche cassetto della direzione ma la carta carbone utilizzata era stata invece buttata nella spazzatura. Guardandola in controluce era ancora possibile leggere il testo della lettera. Questo foglio nero attirò la curiosità di un dipendente che decifrando il testo scoprì quello che stava per succedere.

Dopo un rapido consulto gli operai decisero di avvisare subito i sindacati che immediatamente presero contatti con la direzione della fabbrica. Nel colloquio che seguì la direzione ammise le proprie intenzioni e si dichiarò decisa ad andare avanti: le pratiche per il licenziamento di 10 operai erano già state avviate.

Interno della fabbrica – Reparto finitura

L’occupazione


I sindacati a questo punto per opporsi ai licenziamenti decisero di occupare la fabbrica sperando che questo potesse far cambiare idea alla direzione.

Anche l’Amministrazione Comunale di Lavis, che a suo tempo aveva favorito l’insediamento della Esterer, prese a cuore la situazione. Il Sindaco decise di convocare un Consiglio Comunale straordinario all’interno della fabbrica, con la partecipazione del direttore e tutti gli operai. Tra le proposte discusse c’era anche quella che il Comune rinunciasse ai crediti vantati verso la Esterer a patto che la ditta rinunciasse ai licenziamenti. La proposta non venne accettata dalla direzione che invece propose di dare a ciascun licenziato un lauto indennizzo in denaro. Solamente uno degli operai presente si disse favorevole mentre gli altri decisero di continuare la protesta.

A questo punto si organizzò il blocco del lavoro e l’occupazione della fabbrica, con turni di presenza degli operai ventiquattro ore su ventiquattro.

Il sabato seguente di sera, erano circa le 22.30, i due operai che erano di turno nell’occupazione, visto che tutto era tranquillo, decisero  di andare in paese a Lavis, precisamente al bar Cral per bersi qualcosa e allentare la tensione. A quel tempo il bar che stava difronte alla casa di riposo era molto frequentato e aveva anche un jukebox che faceva ballare i clienti sulle note delle hit del tempo. Così facendo però la fabbrica rimase incustodita con all’interno le luci accese e le porte e i cancelli semplicemente accostati.

Mentre gli occupanti erano al bar arrivò il direttore per fare un’ispezione, entrò in fabbrica e non trovò nessuno. Salito in ufficio telefonò ai Carabinieri e poi spente le luci e chiuso a chiave porte e cancello si mise in attesa fuori dalla fabbrica. Verso mezzanotte arrivarono i due operai per riprendere l’occupazione ma trovano ad aspettarli, davanti al cancello chiuso, il direttore e i carabinieri. Non gli fu permesso di rientrare in fabbrica e a loro non restò altro che tornare a casa.

Il lunedì tutti gli operai ricevettero una raccomandata che li informa che il giorno seguente la fabbrica sarebbe stata riaperta con i soliti turni di lavoro. L’occupazione era finita e purtroppo i 10 operai indicati dalla direzione vennero licenziati.


Leggi anche – Se 10 ore vi sembran poche: storia dello sciopero alla filanda Tambosi di Lavis


 

Collezionista e appassionato di storia locale, è stato decorato con la croce nera del Tirolo È autore di alcuni libri sulle vicende belliche della prima guerra mondiale.

Forse ti può interessare anche: