Un campanile da scoprire e un’arte che rischiava di andare perduta

Qualche anno fa un gruppo di ragazzi, quasi per caso, decise di dedicarsi all’antica arte campanaria a Lavis, ecco la loro storia

Lavis. Tutto iniziò da una visita….
Era il 2017, il campanile della parrocchiale si era rivelato dopo il restauro che lo aveva riportato alla bellezza dei secoli scorsi. Ma anche all’interno la struttura era stata rimessa a nuovo, rendendo più sicura la salita alla cella campanaria, sistemando i cavi elettrici vaganti e le scale traballanti. E qui l’intuizione del parroco: non sarebbe bello permettere ai lavisani di vedere il paese dall’alto, di visitare una parte di chiesa sempre preclusa alla vista?

Era il caso di trovare delle guide agili e giovani, capaci di fare su e giù per le ripide scale più e più volte di seguito. Con l’aiuto di padre Stefano venne dunque radunato un gruppetto di volenterosi, che venne erudito da Andra Brugnara riguardo tutti gli aspetti storico/artistici della torre.

Il codice misterioso


Ma può una visita al campanile avvenire senza sentire il suono delle campane? Chiaramente no, e quindi venne naturale iniziare a “scampanare”, sotto la guida dello stesso don Vittorio. In verità a dare la spinta è stata una scoperta: durante le prime visite qualcuno notò un enigmatico codice scritto sul gradino della scala che porta alla cella campanaria inferiore. Si trattava di un appunto degli operai? Forse solo dei numeri rimasti su quell’asse reimpiegata come gradino? Un indizio lasciato dai templari per trovare il santo Graal?

La risposta era riportata sotto i 4 bronzi, segnati ognuno con un numero da 1 a 4, facendo capire che quella sorta di PIN era in realtà uno spartito. Si può dire che il gruppo campanari di Lavis nacque quel pomeriggio, spinto da don Vittorio, seguendo uno spartito scritto da chissà chi e facendo in contemporanea delle visite guidate.

Una tradizione che si è rinnovata


Da quel momento alcuni ragazzi decisero di dedicarsi alla riscoperta dell’arte campanaria, una tradizione che a Lavis esisteva nel secolo scorso, quando v’erano ben due gruppi di campanari: uno che si dedicava alle distese festive, protagonista del divertente aneddoto narrato da Giovanni Rossi nel suo articolo, e un altro che si occupava del campanò vero e proprio. Più avanti a dedicarsi al campanò fu un altro gruppo, capace di comporre brani come “Garibaldi fu ferito” e “bandiera rossa”, non più riproposti vista la scarsa canonicità degli stessi. Successivamente la tradizione rimase solo un ricordo, almeno fino al termine dei lavori nel 2017.

Con l’aiuto dei campanari di Mattarello i lavisani iniziarono a arrangiare brani per le quattro campane lavisane, cui in alcuni pezzi si aggiunge la quinta, detta dell’agonia, piccola e acuta. Il repertorio negli anni si è arricchito, così come si è affinata la tecnica.


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L’arte campanaria


È abbastanza complesso suonare le nostre campane essendo esse disposte su due piani, e non potendo essere suonate con una tastiera da una singola persona, la più classica delle maniere. La soluzione è quindi avere una campana a testa, o meglio, un batacchio, essendo questo a essere mosso come una sorta di martello che sbatte sulla campana.

I brani proposti appartengono al repertorio classico dei campanò come l’Ave Maria e Fra Martino, cui si aggiungono brani di importazione, come De Matarel, e arrangiamenti nati direttamente dal gruppo dei campanari lavisani.

Questo gruppo è ora formato da una decina di ragazzi, ed è pronto a accogliere chiunque abbia voglia di provare, di cimentarsi nell’arte campanaria, di portare le proprie competenze per arricchire le melodie che ad oggi risuonano per il paese nelle giornate di festa.

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