Michela che a Lavis cuce le mascherine per chi non se le può permettere

Dopo averle distribuite alla propria famiglia ora le ha consegnate alla Croce rossa: «Ma ne farò altre ancora»

Michela Maschio consegna le mascherine alla Croce rossa

LAVIS. Michela Maschio ha 52 anni e da 22 vive a Lavis. Non è una sarta: «Ma no, a mala pena riesco a cucire», dice ridendo. Ma ricama da sempre per passione. Nell’ultimo mese ha tirato fuori tutto il tessuto che aveva accumulato nei cassetti.

Ha usato il tempo che aveva a disposizione durante l’isolamento per preparare delle mascherine, fatte con un doppio strato di cotone e una taschina per contenere il filtro. Le prime le ha regalate ai suoi familiari. Le altre le ha consegnate alla croce rossa di Lavis, perché le distribuisse a chi ne ha più bisogno.

Michela, cosa c’è dietro a questo gesto di solidarietà?

Molto poco, a dire il vero. Nel senso che io faccio volontariato da sempre, da quando ero ragazzina. Per sedici anni sono stata nei Nu.Vol.A., poi nella Croce bianca e nella Croce rossa. Ora però ho un piccolo problema: nel senso che sono diabetica. E quindi rientro nelle categorie a rischio e non posso uscire da casa. Non potevo fare altro se non questo.

E dunque ha iniziato a cucire delle mascherine.

In giro c’è tanta gente che non può permettersele. Al di là del fatto che ce ne sono poche, il problema è anche che sono costose. Ho pensato a tutte le famiglie che hanno problemi di soldi in questo periodo, perché non lavorano o sono in cassa integrazione. A casa avevo un sacco di stoffe disponibili perché ricamo da una vita. E come tutte le ricamatrici sono affetta da acquisto compulsivo: compro le stoffe a stock quando giro per le fiere.

Quindi il materiale lo aveva in casa.

Sì. Prima ho sistemato la mia famiglia. Mia sorella che vive a Strasburgo o mia figlia che ha bambini piccoli. Quindi ho contattato la croce rossa per chiedere se si potevano donare. Ho pensato che loro, con il tramite del sindaco, potessero sapere se ci sono persone bisognose a cui donarle.

Ma proteggono a sufficienza?

Anche quelle chirurgiche sappiamo che non ci proteggono da chi ci circonda. La funzione delle mie mascherine è la stessa: proteggere gli altri da noi stessi. Sappiamo che il grosso problema di questa malattia sono gli asintomatici che trasmettono il virus. Le mie mascherine sono con un doppio strato di cotone e una taschina nel mezzo, dove si può inserire un filtro.

È stato un modo anche per passarsi il tempo durante l’isolamento?

Certo. Io leggo tantissimo. Se non ricamo leggo e se non leggo ricamo. Purtroppo, la settimana prima dell’isolamento ero andata a fare un controllo per gli occhi e mi avevano prescritto degli occhiali nuovi. Poi c’è stato il blocco totale. Ho chiesto ai vigili urbani se potevo uscire dal mio Comune per andare a fare gli occhiali nuovi e mi hanno detto di no. Quindi ho dovuto smettere di leggere. L’unica cosa che potevo fare era impastare il pane, fare torte e pizze. E cucire, appunto.

Quante mascherine ha fatto?

Non le ho contate, credo siano una ventina, forse di più. Ma sono d’accordo con la croce rossa che ne porterò altre. Ho ordinato del “tnt”, tessuto non tessuto. Solo che ho sbagliato le quantità: me ne sono arrivati trenta metri e un metro e sessanta in altezza. Ho materiale per soddisfare tutta la richiesta a Lavis e forse anche a Trento.

Giornalista professionista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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