Il racconto della vita di Leonardo Murialdo, fondatore della congregazione dei Giuseppini

Un’adolescenza difficile e una rinascita nell’amore: così don Marco Demattè racconta la storia del fondatore della sua congregazione

LAVIS. Nei mesi scorsi i padri canossiani hanno lasciato Lavis dopo tanti anni di storia. Al loro posto, sono arrivati i padri giuseppini, che già si sono fatti conoscere e apprezzare in paese. Abbiamo chiesto a uno di loro, don Marco Dematté, di raccontarci qualcosa di più. Di spiegarci chi sia Leonardo Murialdo, fondatore della loro congregazione. 


Leonardo Murialdo, penultimo di nove figli, nacque a Torino il 26 ottobre 1828 da Leonardo Franchino Murialdo, agente di cambio, e da Teresa Rho. Da piccolo lo chiamavano Nadino.

Entrambi i genitori appartenevano a famiglie della ricca borghesia. Dopo la morte prematura del padre, avvenuta nel 1833, la madre affidò l’educazione dei due figli maschi ai Padri Scolopi presso il Reale Collegio delle Scuole Pie di Savona. Lì Leonardo rimase dal 1836 al 1843: per tutta l’infanzia e la prima adolescenza di quest’orfano di padre, quegli educatori costituiranno, quindi, l’unica figura di paternità concretamente incontrata.

I mesi difficili del collegio

Gli ultimi mesi di permanenza in collegio sono segnati da una profonda crisi: essa portò il Murialdo a uno sbandamento psicologico, morale e soprattutto religioso, che avrà un peso decisivo nel cammino di tutta la sua esistenza. Citato infatti a modello dai superiori, ma osteggiato da alcuni compagni-caporioni, in età puberale visse, in totale solitudine interiore, un vero dramma, che lo turbò nel profondo della personalità e della coscienza. Leonardo stava frequentando il primo anno di retorica e viveva l’età difficile e critica della pubertà. Il bisogno di essere accettato dai compagni e dall’ambiente, la necessità altrettanto fortemente sentita d’essere se stesso, così tipici dell’adolescente, furono frustrati dall’atteggiamento di alcuni compagni.

Ci troviamo di fronte ad un adolescente che subisce violenza, che è costretto a perdere la propria serenità e fiducia, ad abdicare alla propria identità personale. Non solo diventò falso con i coetanei, ma anche con gli educatori, i quali non seppero aiutarlo, anzi sembrarono i responsabili del suo disadattamento. In seguito per paura decise di comportarsi come gli altri, ma l’ostilità dei compagni non diminuì. Anche per uscire da questo clima psicologico di totale solitudine, cambiò il suo atteggiamento interiore ed esteriore: non riuscì più ad essere spontaneo, dovette fingere coi compagni peggiori di essere come loro, e coi superiori di non gradire più la loro approvazione e compagnia; non solo troncò la pratica religiosa, ma ne perse anche il gusto e il senso.

Una vita sull’orlo del baratro

In questo complesso e confuso stato d’animo egli si lasciò, quindi, vincere e trascinare dal peccato. Ancora in età matura, dopo una vita dedicata completamente a Dio nel lavoro, nel sacrificio, nella santità, scrisse parole molto pesanti nel suo Testamento spirituale, che rivelano, se non la gravità oggettiva dei peccati che si attribuisce, certamente il peso soggettivo di quelle colpe che si portò nell’animo negli ultimi sette-nove mesi della sua permanenza in collegio, e continuò a gravare su di lui ancora per lunghi anni.

Da anziano ricorderà ancora con disgusto «una catena di peccati, di peccati di ogni specie». Confesserà pubblicamente che cadde tra le braccia dell’impurità, che visse in modo superficiale o addirittura sacrilego i sacramenti, che giunse ad odiare i compagni, a calunniarli. Confessò di aver voluto accettare deliberatamente l’inferno. Passati lunghi mesi di sofferenza, chiese di lasciare il collegio, divenuto per lui, anche per causa sua, ambiente soffocante e micidiale. L’esperienza da lui fatta di abbandono di Dio e del suo amore misericordioso lo accompagnerà per tutta la vita e costituirà il punto centrale, focale, della sua spiritualità, principio generatore del cammino spirituale successivo.

La riscoperta della fede

La scoperta dell’amore misericordioso di Dio farà vivere al Murialdo la fede come esperienza e ricerca appassionata dell’amore di Dio e costituirà per lui la molla per dedicare la vita a promuovere, specie tra le persone più bisognose, questa rivelazione e il correlativo incontro con l’amore di Dio per gli uomini: tutti fragili, emarginati ed orfani.

A partire da quel dramma vissuto con angoscia e attraverso progressive trafile, tra le quali la liberatoria confessione generale (1843) nella chiesa di san Dalmazzo e l’impensata vocazione allo stato sacerdotale (1844), egli giunse a riscoprire e sperimentare Dio come Amore, come carità che raggiunge la singola ed individua persona. Sbocciò così nel Murialdo il bisogno di rispondere personalmente a questo amore.

Lo stesso farsi prete, da parte del Murialdo, apparirà non come l’assunzione di un compito, di un ministero specifico, ma quasi come un risvolto di questa fede, di questo amore ritrovato.

A servizio dei giovani

La scelta del Murialdo fu subito per un servizio pastorale alla figura dell’adolescente emarginato, senza guida, solo. Sulla scia del suo cammino spirituale di riscoperta del vero volto di Dio, spinto dal desiderio di promuovere questo ritrovato amore specie tra i più bisognosi, si consacrò subito all’educazione morale e religiosa dei giovani della periferia torinese, specialmente nell’Oratorio dell’Angelo Custode, fondato da don Cocchi, e poi all’Oratorio san Luigi di cui, pregato da don Bosco che ne era il supervisore, fu direttore dal 1857 al 1865.

Si diede alla predicazione e alla formazione dei fedeli a questo amore, nessun pubblico escluso: giovani operai, studenti, giovane clero, religiosi e religiose. A loro dedicò istruzioni formative, catechismo, ritiri, corsi di esercizi spirituali, conferenze. In particolare si rivolse però a coloro che a lui parevano “tenuti allo scuro”, più “inesperti”, dell’amore di Dio, più privati della sua arricchente esperienza: operai senza alcuna tutela sociale, carcerati, giovani emarginati, senza famiglia ed educazione; in altre parole si indirizzò a quanti, essendo stato negata loro una reale esperienza d’amore, non riuscivano in alcun modo a sospettare in Dio tale amore.

L’esperienza di Parigi

Dopo 14 anni di sacerdozio il Murialdo decise di trascorrere un anno scolastico (1865-1866) a Parigi nel Seminario di san Sulpizio.

Anche questo incontro con la Scuola Sulpiziana fu determinante. Egli, infatti, non era stato allievo del seminario di Torino; questa esperienza adesso gli era del tutto nuova. Aveva trentasette anni e non doveva sembrargli molto allettante l’idea di affrontare a quell’età la vita seminaristica. Pensò perciò di frequentare il seminario da esterno, come aveva fatto durante gli studi teologici prima del sacerdozio, ma non potendolo fare perché quella non era l’usanza di san Sulpizio, accettò di buon grado la vita interna dello stesso per realizzare due desideri che coltivava da qualche tempo: studiare diritto canonico e approfondire la teologia morale.

A Parigi, quindi, il Murialdo fu portato dall’ansia di aggiornamento e dal desiderio di rivedere le proprie posizioni, specie in teologia morale, per poter affrontare meglio la sua missione di educatore e formatore spirituale.

Tutto ciò avvenne in una scuola spiritualmente celebre, dove si sono formati illustri ecclesiastici del clero di allora. L’ambiente di san Sulpizio era inoltre conosciuto per la particolare attenzione posta al rapporto tra la dottrina e la prassi o l’esperienza spirituale; tra la teologia e la storia o il vissuto spirituale; tra la teoria e la figura o il cammino di santità.

Il collegio Artigianelli a Torino

Rientrato a Torino fu chiamato a sostituire il teol. Berizzi alla direzione del Collegio Artigianelli, opera fondata da don Cocchi nel 1849, che accoglieva ragazzi orfani, abbandonati o provenienti dal carcere correzionale della Generala. Egli accettò, anche se con qualche difficoltà, soprattutto perché non si sentiva all’altezza di un compito che prevedeva l’assunzione, oltre che del carico pastorale, anche di quello derivante dal disastroso aggravio economico dell’Istituto. Gli parve però di vedere in tutto ciò una chiamata che rispondesse ai disegni della Provvidenza di Dio.

Il Murialdo vi trascorse 34 anni: tutta un’esistenza di uomo, di sacerdote e di educatore, nonostante la situazione non fosse totalmente commisurata alla sua indole psicologica, alla sua provenienza sociale, alla sua preparazione culturale e spirituale.

La Congregazione di San Giuseppe

Per dare continuità ad una missione, che nel frattempo aveva inteso come non contingente, non vincolabile ai limiti del suo personale servizio, portò a maturazione l’idea di fondare una Congregazione religiosa e la attuò il 19 marzo 1873. Accanto al compito di Rettore degli Artigianelli, per derivazione da esso, il Murialdo aggiunse quello non meno impegnativo di Fondatore e Superiore della Congregazione di san Giuseppe, con tutti i problemi connessi: codificazione legislativa, organizzazione, sviluppo, formazione dei membri, apertura di nuove opere.

Un altro dato saliente della spiritualità del Murialdo è, dunque, la sua vocazione alla vita religiosa. Come per la vocazione sacerdotale sembra di dover sottolineare in lui l’aspetto di “risposta personale” alla chiamata di Dio, alla scelta di Dio per lui e, corrispondentemente, il suo vivo desiderio di perfezione, di risposta all’opera divina, così pure egli accoglie in sé questo dono per meglio testimoniare la propria fede davanti a tutti vincendo il rispetto umano.

La priorizzazione di questa missione a favore della formazione cristiana dei fanciulli e degli adolescenti poveri non lo isolò da cure pastorali a raggio più vasto: oltre a questi impegni san Leonardo curò un’intensa attività in campo sociale, specialmente a favore degli operai. Istituì o promosse per loro organismi assistenziali, culturali e religiosi; presentò proposte a livello legislativo per la tutela del lavoro dei fanciulli; si interessò, con spirito aperto, ai problemi della Chiesa relativi alla “Questione Romana”, all’infallibilità del Papa, alla partecipazione dei cattolici alla vita politica, alla libertà di insegnamento, al catechismo nelle scuole.

L’Istituto delle Fedeli Compagne di Gesù

In vista di promuovere la dimensione educativa e formativa da lui vissuta come qualificante del suo ministero presbiterale, volle confrontarsi con varie proposte educative ed esperienze pedagogiche. Per questi motivi viaggiò molto in Italia e all’estero, tenendo contatti con celebri personalità.

Una delle opportunità offertegli da questi incontri fu di imbattersi nell’Istituto delle Fedeli Compagne di Gesù in Torino, cui legò, in maniera quasi esclusiva, la sua attenzione alla formazione cristiana del mondo femminile. Anche qui si ripete quanto già avvenuto per il Collegio Artigianelli: l’assunzione di un servizio genererà il bisogno di inquadrare quest’ultimo – cioè la formazione della giovane – in un progetto spirituale più ampio rivolto alla donna. Inoltre, a partire dalla soddisfazione di questo servizio, tale progetto spirituale prenderà più forza e chiarezza.

Gli ultimi anni di vita e la canonizzazione

Dal 1885 la sua salute fu minata da una serie di malattie bronchiali, di cui otto gravi, quindi indirizzò maggiormente la sua azione apostolica verso l’Opera Artigianelli e la Congregazione di san Giuseppe che stava espandendosi. Quando morì, il 30 marzo 1900 a Torino, la sua figura spirituale era già recepta, la sua fama di santità già diffusa, la sua missione già riconosciuta.

L’itinerario della canonizzazione, avvenuta il 3 maggio 1970 per bocca del Papa Paolo VI, doveva riuscire, infatti, relativamente rapido e senza particolari ostacoli od obiezioni.

Sacerdote della congregazione del Murialdo. Da autunno 2019 a Lavis

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