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La grande fuga dei 13: quando Lavis salvò i prigionieri inglesi

Abiti civili, cibo e nascondigli: nel settembre 1943, ragazzi e famiglie aiutarono gli ufficiali alleati scappati da un treno diretto in Germania a proseguire verso il confine svizzero
24 Settembre 2026
5 min di lettura

Lavis. Tempo fa sul Mulo era stato pubblicato un articolo in cui si parlava di tre ufficiali inglesi prigionieri che erano riusciti a scappare da un treno in transito a Lavis. I tre erano stati vestiti con abiti civili donati da una signora del paese, accompagnati a Zambana e indirizzati lungo la val Manara per proseguire verso la Svizzera, paese allora neutrale. Nel 1956 uno di questi ex prigionieri, che aveva raggiunto la salvezza in Svizzera, era venuto appositamente dall’Australia (dove risiedeva) per rivedere i luoghi del suo passaggio e, soprattutto, per trovare la signora che lo aveva aiutato, purtroppo senza riuscirci.

Dopo quell’articolo, sono stato contattato da diverse persone che mi informavano di come altri lavisani avessero aiutato dei prigionieri inglesi. A quel tempo Lavis era un paese dove tutti si conoscevano, perciò qualsiasi evento insolito non passava inosservato. Così, tra un racconto e l’altro, siamo riusciti a rintracciare tutti coloro che, chi più chi meno, avevano aiutato i prigionieri fuggiti dal treno quel giorno.

La fuga dei 13

Durante la seconda guerra mondiale, nel corso delle battaglie svoltesi in Africa tra le truppe italiane e quelle angloamericane, gli italiani avevano fatto prigioniero un certo numero di militari alleati.

Gli ufficiali, separati dalla truppa, vennero portati nei campi di prigionia italiani Prima a Sulmona, nelle baracche che durante la prima guerra mondiale avevano ospitato i prigionieri austro-ungarici, e successivamente a Bologna in una caserma militare adattata a prigione, dove si trovavano circa seicento ufficiali.

A seguito dell’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943, l’Italia fu occupata militarmente dall’esercito tedesco e tutti i prigionieri vennero trasferiti con treni merci nei campi di concentramento in Germania.

Durante uno di questi viaggi, un vagone merci che ospitava quattordici ufficiali inglesi fu teatro di un’audace fuga. I prigionieri praticarono nel pavimento un foro sufficientemente largo per far passare una persona. Mentre il convoglio procedeva a velocità ridotta, dopo aver superato il ponte dei Vodi ed essere quasi giunto alla stazione di Lavis, tredici di loro riuscirono a saltare dal treno uno alla volta, senza essere visti dalle sentinelle tedesche di guardia sui predellini. Era esattamente l’alba di lunedì 13 settembre 1943.

Come visto nella storia pubblicata in precedenza, una madre con i suoi figli aveva aiutato tre di questi ufficiali. Ma anche gli altri fuggitivi trovarono il supporto dei lavisani nella loro ricerca di salvezza.

Luigi Devigili e Aldo Windimian

I due ragazzi di 18 anni stavano caricando fieno su un carro nella zona degli Aicheri quando videro comparire davanti a loro due soldati inglesi – un capitano e un tenente – fuggiti dal treno e desiderosi di raggiungere la Svizzera. I giovani indicarono loro la strada per la val Manara passando per Zambana e li avvertirono che il ponte sull’Adige era sorvegliato dai soldati tedeschi. I prigionieri avevano deciso di attraversare il fiume a nuoto, ma i ragazzi li fermarono e gli fecero notare il pericolo di viaggiare con le divise da ufficiali inglesi. Gli dissero di aspettare e tornarono a casa per cercare abiti civili.

I due amici tornarono nel campo verso mezzogiorno con abiti civili pere i soldati. Una volta cambiati si avviarono tutti assieme. Uno degli inglesi fu messo a guidare i buoi del carro, mentre l’altro seguiva con una forca in spalla. Temendo che entrare in paese fosse troppo rischioso, decisero di nascondere i fuggitivi ai “Busi Canopi”. Nel pomeriggio Luigi andò a Pressano dalla zia, Gisella Bronzetti, bigliettaria sulla ferrovia Trento-Malè, per spiegarle la situazione. La donna, conoscendo diversi contrabbandieri della val di Sole diretti in Svizzera, si offrì di fare da tramite. La sera stessa portarono ai due inglesi coperte, polenta e luganica.

Il giorno dopo la zia prese contatti con un contrabbandiere, il quale accettò di accompagnarli alla frontiera a patto che salissero sul tram della Trento-Malè delle ore 9:00, dove lui si sarebbe fatto trovare. La sera i due amici informarono i prigionieri. La mattina seguente partirono: i giovani davanti e gli inglesi a distanza. Per scendere in paese percorsero la strada del Bristol e arrivarono all’incrocio di via Roma proprio mentre nella vicina piazza Manci si teneva un discorso di ufficiali tedeschi ai soldati, con altri militari presenti in strada. Gli inglesi, spaventati, rallentarono. I due amici fecero loro un cenno rassicurante con la testa e insieme ripresero il cammino Raggiunta la stazione del tram fecero il biglietto: gli inglesi sedettero sulle panchine, mentre i ragazzi rimasero in piedi in fondo alla carrozza. Un signore si avvicinò chiedendo: “Sono quei loro?”. Avuta conferma, rispose: “Non preoccupatevi, ci penso io”. A San Michele Luigi e Aldo scesero. Gli inglesi li abbracciarono e vollero regalar loro gli orologi, ma i giovani rifiutarono, tornando a Lavis a piedi.

La stazione del Tram di Lavis all’epoca dei fatti

Le sorelle Nicolodi

Ernestina e Gemma Nicolodi, due giovani sorelle, si trovavano in campagna quando comparvero due militari che si presentarono come soldati inglesi. Una delle sorelle, che conosceva la lingua, ascoltò la loro storia: la prigionia, la fuga dal treno e la ricerca di una via di fuga. Le ragazze dissero agli inglesi che a Lavis c’era una folta presenza di soldati tedeschi a Lavis e che era pericoloso andare in giro vestiti in quel modo alla luce del sole. Le sorelle suggerirono ai due ufficiali di nascondersi nel campo mentre loro sarebbero rientrate a casa per prendere abiti civili. Poco dopo tornarono con i vestiti e una borsa di provviste. I due si cambiarono, ringraziarono e si dileguarono.

Mario Stenico

Mario era un ragazzo di 16 anni, orfano che viveva con gli zii a Lavis. Quel giorno stava scavando patate con lo zio, Silvio Nardelli. Verso le 11:00, mentre tornava a casa per il pranzo, incontrò lungo la via in due individui che cercavano indicazioni per la Svizzera. Li accompagnò dallo zio in campagna, promettendo di procurare abiti civili per evitare che venissero catturati dai tedeschi. Tornato a casa, con l’aiuto della zia, preparò i vestiti e una generosa razione di pranzo a base di coniglio e polenta anche per loro. Consumato il pasto e indossati gli abiti civili, nel pomeriggio inoltrato i due fuggitivi si incamminarono verso Zambana, con Mario come guida.

Giunti al ponte sull’Adige, videro che c’erano due soldati tedeschi di guardia. Fortunatamente, due anziani contadini che davanti a loro, si fermarono a parlare con le sentinelle, permettendo ai tre di passare indisturbati. Arrivati a Zambana e il gruppo cominciò la salita lungo il sentiero della val Manara fino a Fai. Arrivati in cima i soldati salutarono Mario e per sdebitarsi provarono a regalargli un orologio, che lui rifiutò. Quindi proseguirono da soli il viaggio verso la Svizzera.

Orlando Dalvit

All’epoca Orlando era un ragazzino di circa 10 anni e si trovava con la madre in un campo a raccogliere fagioli. A un certo punto mamma e figlio quando videro arrivare due soldati in abiti color cachi. 

“Ci parlavano ma non capivamo, poi abbiamo intuito che erano inglesi e che volevano che insegnassimo loro la strada per arrivare in Svizzera”

La madre tornò a casa a prendere alcuni vestiti del marito per darli ai soldati che non potevano viaggiare in abiti militari. Dopo il cambio questi partirono e di loro non si seppe più nulla.

Renzo Pezzi

Anche lui era giovanissimo all’epoca e come gli altri si trovava in campagna con la madre. Due uomini si avvicinarono chiedendo abiti civili per poter viaggiare in sicurezza verso la Svizzera. Dissero di essere soldati inglesi in fuga. Mentre gli inglesi aspettavano nel campo, Renzo e la madre andarono a casa a recuperare vari abiti per il cambio, indicando poi il percorso da seguire attraverso la valle che da Zambana portava a Fai.

Il riconoscimento: Il Brevetto Alexander

In questo modo tutti e tredici i prigionieri fuggiti dal treno furono intercettati e aiutati dai cittadini di Lavis.

A fine guerra furono affissi dei manifesti che invitavano chiunque avesse aiutato militari inglesi o americani a presentarsi a un apposito ufficio del comando alleato a Trento.

Risposero all’appello Luigi Devigili, Aldo Windimian, Mario Stenico e le sorelle Ernestina e Gemma Nicolodi. I loro racconti trovarono perfetta corrispondenza con le testimonianze dei militari alleati che erano riusciti a raggiungere la Svizzera.

Il comando angloamericano riconobbe formalmente il valore della loro azione, premiandoli con un documento nominativo chiamato Brevetto Alexander, accompagnato da una cospicua somma di denaro per l’epoca: 5.000 lire a ciascuno.

Nota storica – I Busi Canopi: Era il nome dato a piccole caverne situate poco sopra il maso Furli, dove anticamente veniva estratta la galena argentifera. Nel nostro caso, il canopo aveva forma a U ed era lungo circa 7-8 metri; subito dopo l’entrata principale c’era un piccolo vano, seguito da uno stretto cunicolo fino all’uscita. Oggi il sito è colmato da materiale e si riesce a malapena a distinguerne l’ingresso.

Carlo Refatti

Carlo Refatti

Collezionista e appassionato di storia locale, è stato decorato con la croce nera del Tirolo

È autore di alcuni libri sulle vicende belliche della prima guerra mondiale.

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