Un conflitto che affonda le radici nella storia ma un libro attualissimo

Siena. Ho sempre considerato agosto un mese naturalmente dedicato alle vacanze e al riposo, un mese di pausa nell’attesa di settembre, che invece porta con sé il ritorno dei doveri: della scuola quando ero piccola, degli esami quando ho cominciato l’università. Per questo motivo in questi giorni volevo parlare di un libro che associo alle vacanze e la scelta era ricaduta su Zia Mame, splendida opera di Patrick Dennis. È uno dei miei libri preferiti, eppure il titolo dell’articolo rivela che ho finito per scrivere di altro.

La recensione non fatta


La prenderò un po’ larga, abbiate pazienza. L’8 ottobre 2023, dopo un’estate passata a lavorare in libreria senza ferie, sono partita per l’Egitto, la prima vacanza veramente mia, ovvero pagata con i miei primi stipendi. È su una splendida spiaggia a Sharm el-Sheikh che ho letto Zia Mame, sotto l’ombrellone nel tempo che mi rimaneva tra le sessioni di snorkeling e un cocktail alla frutta. Era tutto perfetto, peccato per il tempismo: il 7 ottobre 2023, il giorno precedente alla mia partenza, è una data tristemente nota: il braccio armato di Hamas attaccò Israele. Ricordo che se ne parlò come dell’inizio di una guerra, eppure pochi mesi prima avevo dato un esame di storia contemporanea incentrato sulla nascita degli stati moderni in Medioriente, e di conflitto tra Israele e Palestina si parlava già, come d’altronde se ne parla da decenni.

Ero in riva al mare, facevo snorkeling, bevevo cocktail alla frutta, leggevo Zia Mame e guardando l’orizzonte pensavo alla Palestina. Sharm el-Sheikh dista circa 600 km dalla Striscia di Gaza, una distanza simile a quella che separa Trento e Roma, eppure Trento e Roma sono vicine, mentre Sharm el-Sheikh e Gaza no. Mai avevo sentito sulla mia pelle con tanta forza il peso del privilegio.

Quasi due anni dopo, giusto qualche giorno fa, stavo scrivendo il breve articolo su Zia Mame che volevo pubblicare questo mese. Era quasi finito, mi sono presa una pausa, mi sono fatta una tisana fredda, ho aperto Instagram e dopo pochi minuti mi sono imbattuta in un breve video del professor Alessandro Barbero che parlava della Global Sumud Flotilla, ricordando che dal 31 agosto decine di navi provenienti da quarantaquattro paesi prenderanno il mare per raggiungere la Striscia di Gaza e portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese.

Ero alla scrivania, usavo Instagram, bevevo una tisana fredda, scrivevo di Zia Mame e pensavo alla Palestina. Ho cancellato ciò che avevo scritto e chiuso il computer, ho percorso in fretta la strada che mi separa dalla libreria dove lavoro e ho comprato Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa.

In un libro un conflitto tra due popoli che dura da decenni


Ho letto “Ogni mattina a Jenin” in due notti, è un libro durissimo, un continuo di pugni nello stomaco, uno più forte dell’altro, nonché uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi mesi, forse negli ultimi anni. Pubblicato per la prima volta nel 2006 con il titolo The Scar of David, arrivò in Italia nel 2011 grazie a Feltrinelli.

La protagonista è Amal, una donna nata nel campo profughi di Jenin nel 1955, ma il libro si concentra su tutta la sua famiglia, narrando la storia di quattro generazioni di palestinesi. La prima è quella dei nonni di Amal, nati e cresciuti in Palestina, nel villaggio di ‘Ain Hod, oggi villaggio israeliano del distretto di Haifa. La seconda è quella dei genitori di Amal, nati a ‘Ain Hod ma costretti ancora giovani a trasferisti nel campo profughi di Jenin. Poi c’è la generazione di Amal, nata a Jenin, che conosce la terra dei suoi nonni solo grazie alle storie che raccontano gli anziani. Infine, la generazione della figlia di Amal, Sara, una generazione di palestinesi che nel corso del romanzo sono destinati tutti a perdere un genitore, un fratello, alcuni la loro stessa vita.

Ho detto che questo libro è una lunga serie di pugni nello stomaco, racconterò qui brevemente di alcuni di essi. Il 24 luglio 1948 il villaggio di ‘Ain Hod venne devastato dai bombardamenti e il giorno seguente i sopravvissuti furono cacciati dalle loro case. La famiglia di Amal era tra loro. Riuscirono a raggiungere la città palestinese di Jenin, tutti tranne Isma’il, il secondogenito di Dalia e Hassan, i genitori di Amal. Ancora in fasce, Isma’il venne rubato a Dalia da un soldato israeliano e portato alla moglie Jolanta, una ragazza ebrea che aveva subito gli orrori di Auschwitz e che a causa di questi orrori non poteva avere figli. Isma’il verrà chiamato David e scoprirà le sue origini arabe solo da adulto, dopo una vita di dubbi e soprusi inflitti a coloro che in realtà erano suoi fratelli.

Amal nasce sette anni dopo questi eventi, nel 1955. Quando aveva solo dodici anni scoppia quella che verrà poi chiamata la guerra dei sei giorni e che vide Israele opposto alla coalizione di Egitto, Siria e Giordania. Nel libro questa guerra si vive attraverso i frammenti di memoria di Amal: suo padre Hassan che prende i fucili che aveva nascosto, sua madre che nasconde lei e la sua amica Huda in un buco sotto la cucina, il rumore degli aerei, Dalia che le affida la sua cuginetta ‘Aisha di soli tre mesi, una bomba che fa saltare via la piastrella che le nascondeva e uccide ‘Aisha. In quella guerra Amal perde entrambi i genitori: Hassan non verrà mai più trovato, Dalia a causa del trauma svilupperà una forma di demenza che la porterà in pochi anni alla morte.

Una terra martoriata


Nel 1969 Amal lascia Jenin per essere trasferita in un orfanotrofio a Gerusalemme, dove ha modo di studiare. Dopo quattro anni vince una borsa di studio destinata ai profughi palestinesi offerta da un gruppo di ricchi arabo-americani. Si trasferisce negli Stati Uniti, studia, si laurea, torna in contatto con il fratello Yussef, che ora vive in Libano, lo raggiunge. È qui che conosce Majid, un medico: Amal e Majid si sposano, lei rimane incinta, ma nel 1981 aumentano le tensioni tra Israele e il Libano. Per questo motivo Amal torna negli Stati Uniti, ma Majid è un medico e sa che la gente a breve avrà un disperato bisogno di medici. Majid le promette che se succede qualcosa si trasferirà in ospedale, perché «nemmeno Israele bombarderà un ospedale». Poi l’ospedale viene bombardato, Majid muore. Nella mia testa le immagini di oggi si confondono con quelle di ieri e lo sento particolarmente forte questo pugno nello stomaco.

In Libano Yussef, il fratello di Amal, fa parte dell’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, considerata un’organizzazione terroristica. Per questo motivo viene esiliato e mandato a Tunisi, ma la famiglia non può andare con lui: donne e bambini sarebbero rimasti nei campi profughi, tutelati dalla promessa da parte dei diplomatici statunitensi che gli Stati Uniti avrebbero garantito la loro sicurezza. Nonostante il cessate il fuoco, il 16 settembre 1982 l’esercito israeliano accerchiò i campi profughi di Sabra e Shatila, fu una carneficina. I numeri oscillano tra gli 800 e i 3500 civili morti. I primi giornalisti occidentali che arrivarono nella zona ne parlarono come di un massacro. L’Assemblea generale delle nazioni unite lo definì un atto di genocidio, accadde quarantatré anni fa. Amal, grazie all’opera di un fotografo dell’Associated Press scoprì la sorte della famiglia di Yussef, di sua figlia Falastin, di sua moglie Fatima e del figlio che portava in grembo, sono immagini che qui non descriverò, leggete il libro, è più giusto così.

Alla fine morirà anche Amal: tornata a Jenin con la figlia Sara, che voleva conoscere il mondo dei suoi genitori, verrà colpita da un proiettile destinato alla figlia.

Di Bertramz – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8262559

Quale epilogo?


Ho raccontato troppo, volevo parlare di solo uno o due episodi di questo romanzo, ma non riuscivo a scegliere e ora mi ritrovo davanti alla consapevolezza di dover chiudere questo breve articolo dicendo qualcosa di intelligente su questa questione così attuale e così difficile, ma non trovo parole adatte. E allora ricorrerò a una citazione, a una scappatoia antipatica ma necessaria.

Nel settembre 1972, durante le Olimpiadi estive ospitate a Monaco di Baviera, l’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irruppe negli alloggi israeliani del villaggio olimpico e uccise, tra atleti e collaboratori, più di dieci persone. Pochi giorni dopo l’attentato, il 14 settembre, venne pubblicato su La Stampa un articolo intitolato Gli Ebrei, scritto da Natalia Ginzburg, una delle scrittrici italiane che amo di più, ebrea da parte di padre. Gli Ebrei è un articolo importante, spero che qualche lettore curioso vada a cercarlo, si trova facilmente negli archivi online del quotidiano La Stampa, qui ne citerò solo la conclusione:

Il nostro istinto ci spinge a stare da una parte o dall’altra. Ma in verità è forse impossibile oggi stare da una parte o dall’altra. Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni strane, rapidissime e orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse è l’unica scelta che oggi ci sia offerta.

Di Jaber Jehad Badwan – Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160403113

Nata a Trento, vive a Siena e lavora come libraia. Laureata in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Trento, dopo la laurea magistrale in Filologia e critica letteraria sogna di insegnare letteratura italiana e letteratura latina. Nei libri si incontrano la sua passione e il suo lavoro.

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