Novembre 1966: la storia dell’alluvione che sconvolse Lavis / Parte 2 di 2: “Bloccati dentro”

La seconda puntata del racconto dell’alluvione che sconvolse Lavis, 54 anni fa

LAVIS. C’era una filastrocca che i nonni si tramandavano un tempo a Lavis e che faceva più o meno così: «Omeni e done su per el Pristol, tuti i coreva a rotta de col». Gli uomini e le donne correvano su per il Pristol, tutti a rotta di collo. Era il racconto rimasto scolpito di un’alluvione, quella del settembre del 1882.

Ai tempi funzionava così. In pochi avevano la voglia e la possibilità di mettere per iscritto le loro esperienze. Però i ricordi si tramandavano comunque. Diventavano storie che si raccontavano in cucina dopo la cena, davanti al focolare: allora non c’era la televisione. In tante famiglie i genitori inventavano racconti e i figli ascoltavano rapiti. Prima di andare a dormire, bonora ovviamente. Spesso quei racconti erano ispirati a fatti reali, vissuti in un’esistenza lunga e spesso difficile.

Memoria collettiva


1.Gran parte delle storie purtroppo rimanevano confinate fra i muri di casa. Erano destinate a sopravvivere qualche generazione, per poi scomparire per sempre. Ma ci sono state delle eccezioni: qualcosa si è salvato dalle spire del tempo, diventando parte della memoria collettiva. Il ricordo della brentana dell’Otantadò, con quegli uomini e quelle donne che cercavano rifugio sulle pendici del doss Paion, in qualche modo si è salvato.

Ovviamente per l’alluvione del 1966 – la cui storia abbiamo iniziato a raccontarvi in una prima puntata – i ricordi sono molti di più. Anche perché sono stati tramandati diari, fotografie e articoli di giornale. La sensazione è la stessa del 1882: ci sono fatti che costruiscono la storia diffusa di un paese. Vi ricorda qualcosa? L’alluvione del 1882, quella del 1966, le due guerre mondiali… in un certo senso è quello che sta accadendo con la pandemia del 2020. Ognuno la sta vivendo a suo modo, ma verrà il giorno in cui la storia dei singoli diverrà parte di un racconto collettivo. Perché ogni storia può insegnare qualcosa.

Una paura matta


2.«Io avevo una paura matta», racconta oggi Anna Maria Tomasi. Nel 1966 è una splendida trentenne. Con la famiglia vive in una casa in via Quattro Novembre. Il balcone si affaccia direttamente sull’Avisio. Lì sotto il torrente forma dei vortici che sembrano scavare gli argini: è il 4 novembre ed è il giorno dell’alluvione. «In casa tutto tremava, sembrava il terremoto». Di sotto le piante vengono prese dalla furia dell’acqua, si spezzano come stuzzicadenti nelle mani di un gigante. «Da tutto il giorno l’Avisio non era normale, non l’avevo mai visto così grosso – ricorda –. I Vigili del fuoco sono venuti a chiamarci intorno alle cinque del pomeriggio, ci hanno detto che era meglio che ce ne andassimo. Erano giorni che pioveva, il torrente cresceva sempre di più ed era pieno di alberi».

«Ci siamo rifugiati a casa di nostro zio, verso mezzanotte i pompieri hanno chiamato mio padre. Gli hanno detto: “Ferruccio, se hai qualcosa da recuperare è ora di farlo, perché la casa sta per crollare”. Allora io gli ho detto: “Non andare a prendere niente”. Perché avevo paura, una paura matta. Mi sono detta: “magari va lì e ci rimane sotto”. Difatti la mattina dopo siamo tornati ed era crollata tutta l’altra casa e si era tirata giù una parte della nostra».

Anziani salvati


3.Alla fine non sarà dunque la casa di Anna Maria a collassare, ma quella a fianco. Nel piano terra sono bloccati una coppia di anziani: la porta è rimasta bloccata, mentre la casa inizia a cedere. Non si può aprire e i due anziani non riescono più a venire fuori. Aurelio Obrelli ai tempi è comandante dei vigili del fuoco di Lavis solo da qualche mese. Ha sostituito Silvio Odorizzi, morto a marzo a soli 43 anni per una terribile malattia.

Ancora oggi, Obrelli ricorda quei giorni di immenso lavoro. Per riuscire a salvare i due anziani, i vigili del fuoco si tengono l’uno con l’altro. Formano una sorta di catena umana e con una accetta fanno a pezzi la porta, mettendo in salvo i due anziani. Qualche giorno più tardi, la pro loco premierà i vigili del fuoco con una medaglia d’oro, che ancora oggi si trova sui muri della caserma.

La fine della storia


4.In tutta la provincia muoiono una ventina di persone. A Lavis vengono evacuate 46 case poste sull’argine dell’Avisio, per un’ottantina di famiglie e quasi 260 persone. Il 4 novembre l’onda distrugge l’acquedotto, ci sono varie inondazioni delle campagne. Gli operai della Ester-Zillio – una ditta della zona industriale – cercano di rinforzare gli argini con grossi massi calati nel torrente. Com’era successo nel 1882, qualcuno fugge dalla zona degli Spiazi su per il Pristol.

Ma il paese si salva. Piano piano, la pioggia smette di scendere. Le nuvole si diradano e torna anche il sereno. Quella che era una storia di vita diventa memoria collettiva, da tenere viva mentre il tempo inesorabile trascorre.


(FINE 2 di 2)


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Giornalista professionista, laureato in storia, ideatore de ilMulo.it. Lavora a Roma nella redazione di Domani, il nuovo giornale fondato da Carlo De Benedetti. Ha scritto per il Trentino, il Fatto Quotidiano e laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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