Londra dice no all’accordo per la Brexit: e ora cosa succede?

Nuove elezioni, la ricerca di un altro accordo o un referendum: le ipotesi sono tante, ma tutte hanno dei problemi

Caricatura di Theresa May (DonkeyHotey/CC BY 2.0)

TRENTO. È stata definita una sconfitta storica: martedì 15 gennaio, la Camera dei Comuni a Londra ha respinto l’accordo che Theresa May aveva raggiunto con l’Unione europea per la Brexit. Lo ha fatto con un margine netto: con 432 voti contrari, a fronte di solo 202 voti a favore. Significa che anche più di cento deputati del partito conservatore – lo stesso di Theresa May – hanno votato contro l’accordo.

Cosa succederà adesso? Il primo passaggio è di politica interna. Il Parlamento si riunirà di nuovo oggi, 16 gennaio, per votare la mozione di sfiducia presentata dal laburista Jeremy Corbin.

È però difficile immaginare che la mozione possa essere approvata. La maggioranza teme che nuove elezioni possano non solo peggiore lo stato di incertezza attuale. Ma soprattutto portare al governo l’opposizione. Secondo quanto ha dichiarato ieri prima del voto, la stessa May non sembra intenzionata a dimettersi. E la sonora sconfitta non dovrebbe aver cambiato le cose.

Cosa può succedere

Cosa può succedere ora? Le strade principali sono queste, ma tutte presentano dei problemi:

  • Theresa May viene sfiduciata e si forma un nuovo governo (che avrà lo stesso problema dell’accordo)
  • Theresa May rimane al governo e riesce a far approvare un accordo per la Brexit (uguale o diverso a quello votato ieri)
  • Il Consiglio europeo concede all’unanimità un rinvio della Brexit, previsto per il 29 marzo
  • Si indice un nuovo referendum sulla Brexit
  • Si arriva al 29 marzo senza un accordo

Cerchiamo di spiegarle, per quanto possibile.

Rischio no deal

Partiamo quindi dall’ipotesi più probabile: che il termine ultimo per un accordo Londra-Bruxelles rimanga fissato per il 29 marzo. In questo caso, alla mezzanotte la Gran Bretagna sarà fuori dall’Unione europea, con o senza accordo.

Senza accordo, lo scenario è quello della cosiddetta “hard Brexit”, l’uscita peggiore, la più dura. Il pericolo di un “no deal” – in italiano: “nessun accordo” – è quello che spaventa di più, perché le conseguenze non sono facili da prevedere. Di certo ne risentirebbero la tenuta economica e la stabilità della sterlina.

Per questo già lunedì 21 gennaio – se non sarà stata sfiduciata – Theresa May presenterà in Parlamento il testo di un nuovo accordo. Al momento è però difficile capire quali saranno i contenuti. Le critiche maggiori all’accordo votato ieri riguardavano il fatto che la Gran Bretagna sarebbe rimasta troppo legata all’Unione Europea.

Verso un rinvio?

Ma per arrivare a quel testo era servito più di un anno e mezzo di contrattazioni fra Londra e Bruxelles. E soprattutto l’accordo era stato votato dal governo May (passaggio non scontato) e dai 27 Paesi che compongono l’Unione europea. La May non ha dato l’impressione di avere un “piano B”. Finora gli altri leader europei hanno escluso l’eventualità di un nuovo accordo.

Resta la possibilità di rinviare il termine ultimo per la Brexit. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona – che regola il processo di uscita per gli Stati che vogliano abbandonare l’Unione Europea – consente una proroga, se votata all’unanimità anche dal Consiglio europeo. Trovare questo accordo è un’impresa altrettanto difficile. Servirebbero delle motivazioni forti. E la motivazione potrebbe essere un nuovo referendum.

Un nuovo referendum

A metà ottobre, in varie zone dell’Inghilterra – e a Londra soprattutto – migliaia di persone hanno manifestato per chiedere un nuovo referendum per la Brexit. I sostenitori di questa ipotesi sostengono che le condizioni siano ormai mutate rispetto al giorno del voto.

Nel 2016 avevano votato per lasciare l’Unione europea il 51,89% degli inglesi, contro il 48,11% che avevano richiesto di rimanere. «Il “Leave” ha vinto nel 2016 perché non erano state raccontate bene le conseguenze cui saremmo andati incontro una volta fuori dall’Unione europea», sostiene il giornalista Robert Harris intervistato da Repubblica.

Ma anche in questo caso la questione non è così semplice. Perché il popolo si è già espresso con un referendum e questo ha quindi implicazioni giuridiche, oltre che politiche. C’è chi sostiene che un contro-referendum sarebbe una decisione anti-democratica.

Giornalista, laureato in storia, direttore responsabile del Mulo. Scrive per Il Fatto Quotidiano e per il Trentino, talvolta per laStampa.it. È direttore dell'Associazione Culturale Lavisana. (Scrivi una mail)

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