“Mi sènto ancòr la voze” – Il ricordo di Italo Varner nel racconto dei lavisani e degli amici

Nella serata dei cori dedicata a Italo Varner è intervenuto anche Elio Fox che ha voluto ricordare l’amico Italo con queste parole

Italo Varner
Italo Varner

Lavis. Ho conosciuto Italo nel 1950 o nel 1951, quando entrambi frequentavamo la federazione del Partito Socialista a Trento. Fu in quell’ambiente che nacque la nostra amicizia.
Non era possibile non percepirne la sua forte personalità. Poi questo rapporto si è intensificato quando io, nel 1960, venni a lavorare qui a Lavis, all’Austro Ital, poi Grundig Italiana. Titolari erano i fratelli Benvenuto.

Fra Italo Varner ed uno dei tre fratelli Benvenuto, Giosuè Augusto, nacque un rapporto di amicizia. Italo organizzò la Festa del bambino, con ricchi premi messi a disposizione dall’azienda. La festa si svolgeva nel Palazzo dello Sport dei Benvenuto. Racconto queste cose perché le ho vissute.

Casa Varner


Io frequentavo da anni la casa di Italo e Paola. Proprio davanti a casa loro si apriva una delle stradine che portano ai Pristòi, dai quali, ci dice Italo,

slipegava zo ‘l sol dai Pristòi
su la me strada.
Ricordo le cene vegetariane del sabato, una o due volte al mese, insalata, rape gialle, rapanelli, una fetta di melanzana, un pizzico di sale, un’unghia d’olio per no ‘ngrassar.
Non vorrei essere frainteso, lo dico con affetto e anche con molta nostalgia.

Naturalmente non ero solo io a frequentare queste cene. Ci andava il poeta Ermellino Mazzoleni, da Bergamo, ci andava Renzo Francescotti, poi pittori, scrittori, altri amici.
C’era una specie di tradizione in quella casa. Non sempre, ma di tanto in tanto, si mangiava a lume di candela. Secondo Paola, era per creare intimità, pathos. Secondo Italo era perché non si vedesse ciò che c’era nei piatti. Naturalmente si rideva, perché ciò che preparava Paola era sempre di prima qualità.

Al piano strada c’era l’ingresso della loro pasticceria, questo era il loro mestiere. A lato, l’ingresso all’abitazione, sopra la pasticceria, dove con Italo e Paola viveva il fratello di Italo, Beppino, anche lui pittore come Paola e personaggio di estrema sensibilità.

Beppino mi telefonava due o tre volte alla settimana, solo per dirmi che la voce degli amici è un conforto. Non c’è bisogno di aver qualcosa da dire, ma spesso c’è il bisogno di aver qualcosa da ascoltare.
Salire le scale di Paola e Italo era come percorrere il “Sentiero delle Bocchette” senza l’aiuto dei cordini. Lungo i gradini, vernici, diluenti, tubetti di colori, spatole, pennelli e anche qualche piccola tela o carte dipinte.

Giuseppe Varner
Giuseppe Varner

Poesia e musica


Italo era amico del musicista Camillo Moser, che fu anche amico mio. Assieme ci hanno dato una delle canzoni più belle del repertorio corale del Trentino del secondo dopoguerra “La Madonina”. Potrei dire che, quasi, l’ho vista nascere, questa canzone. Italo che andava da Camillo con dei foglietti e Camillo che tornava da Italo con una bozza di spartito. Un taglio qua, un’aggiunta là, ed ecco il capolavoro.

Ho accennato prima alla “Festa del Bambino”. I bambini sono sempre stati al centro della passione di Italo, che nel 1968 si trasformò in un disco, “Bambini si canta”, la musica di Camillo Moser.
In quegli anni io ero presidente del Club Armonia, non penso sia necessario dire cosa sia, poi ci fu un dissenso dovuto a mancanza di sensibilità, chiamiamola così, ed io me ne sono andato. Dissi ai poeti di rimanere al loro posto, il dissidio riguardava me e la direzione, ma dopo qualche giorno si dimisero in sette.

Nel mese di marzo o aprile del 1989, a spasso con Lilia Slomp Ferrari e Antonia Dalpiaz abbiamo incontrato Italo, al corrente di tutto, perché qualcosa era apparso sulla stampa. Ci chiese: “e adesso cosa fate? Volete abbandonare tutto? Volete cancellare un patrimonio culturale in un settore già in difficoltà?”. In pratica ci spinse verso il “Cenacolo trentino di Cultura dialettale”, al quale aderì subito anche lui. Il battesimo fu il 28 maggio 1989, presso il “Maso del Nèlo” a Faedo. All’incontro parteciparono anche le famiglie, perché l’attività culturale sottrae tempo a chi ci sta più vicino e devono esserne coscienti.

Ricordare Italo oggi, a trent’anni dalla scomparsa è un passaggio doloroso, ma necessario. Trent’anni fa non è scomparso un uomo, è scomparso un simbolo. E’ stato ilo primo sindaco socialista in una provincia ovunque dominata dalla Democrazia Cristiana. Da sindaco si inventò la “Befana Socialista”, con premi a tutti i bambini poveri del Comune.

L’umanità della sua vita è lo specchio dell’umanità della sua poesia:

… quando te ‘ncòntri su la to strada I òci
desperadi de chi
no’ ‘l sa pu còssa far, en dò voltarse,
perché s’à sugà su l’ultima gòzza,
che parole ghe dat?
Questa l’umanità della sua poesia.

Il teatro


C’è la stessa umanità nel suo teatro. Basti pensare a La toresèla del Valentin, che la difende dalle mire della nuora che vuole abbatterla, o a Na storia per Rosalba, che ci racconta una dolcissima fiaba d’amore tra Rosalba e Francesco, due spiriti che si oppongono alla ristrutturazione demolitiva del castello dove erano nati, o a La costa del sol, storia di una lite per questioni di eredità, risolte da una figlia che distrugge un falso testamento.

A proposito de La costa del sol, lui aveva iniziato ad allestirla, ma non riuscì a portarla a termine. In scena la portò Serena Tait, regista della Rai.

Torna qui in primo piano la statura sociale di chi sa da che parte stare. Le opere che ci ha dato Italo sono una ricchezza di una comunità. Una comunità che non lo ha dimenticato. Nel decennale della scomparsa io avevo curato un libro dal titolo “Grazie Italo”. E’ il momento da riprendere quel titolo, perché Italo si sentiva

… come na menùdola che ràmpega
e no’ la sa fin dove che la ‘riva
e per còssa l’èi viva,
sento però ‘l calòr
de la tèra che spènze,
da ‘n dì a ‘l’altro i colori molesìni
sui vòssi òci
de l’ùa che vara.
“L’ua che vara” è il futuro. La speranza. Uno dei tanti segnali che Italo ci ha lasciato come sua eredità spirituale.

Ancora, grazie Italo.

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