Come gli adulti possono aiutare i bambini, alle prese con le emozioni della quarantena

Fra noia e sacrifici, i più piccoli possono avere difficoltà a gestire la situazione, aumentando tensione e disagio. Il ruolo dei genitori allora è fondamentale

TRENTO. Tra le persone più colpite dagli effetti della quarantena ci sono chiaramente i bambini. Molti genitori in questo periodo riportano preoccupazioni rispetto ad alcune manifestazioni comportamentali dei loro bambini che appaiono accentuate e possono sembrare esagerate.

Tali comportamenti, se non adeguatamente accolti e gestiti, rischiano di dare vita a cicli di mantenimento di risposte inadeguate e conseguente aumento della tensione e del disagio.

Di quali comportamenti stiamo parlando?


  • Maggiore irritabilità
  • Crisi di rabbia
  • Crisi di pianto
  • Agitazione e iperattività
  • Capricci
  • Ritiro e malumore
  • Comportamenti regressivi (appaiono più infantili, più richiedenti)
  • Difficoltà nel sonno
  • Difficoltà di concentrazione

Quali possono essere alcune spiegazioni a queste manifestazioni?


I bambini non possiedono ancora abilità evolute, il loro cervello è in piena fase di formazione. Non hanno ancora maturato capacità riflessive e di pensiero utili a riconoscere e dare un senso ai loro vissuti per poi riuscire a gestirli. Non sanno ancora pensare in termini di possibilità e quindi non riescono a rappresentarsi diverse opzioni di risposta per poi scegliere quella più adeguata.

Non riusciamo a farlo noi adulti, soprattutto in condizioni di stress e sovraccarico emotivo, pur avendo sviluppato tutte queste capacità, figuriamoci un bambino.

Cosa succede quindi quando i vissuti sono intensi ma incomprensibili?


Ci possono essere diverse modalità con cui il bambino tenta di gestire questo mondo interno in fermento, tra cui:

SCARSA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI: può dare vita a comportamenti esternalizzanti e impulsivi in un continuo tentativo di “scaricare” la tensione (rabbia, aggressività, iperattività…).

INIBIZIONE DELLE EMOZIONI: può dare luogo a problematiche internalizzanti, cercando quasi di silenziare quei contenuti emotivi disturbanti (ansia, paura, tristezza, ritiro…).

REGRESSIONI FUNZIONALI: come accade nella prima infanzia, viene delegata all’adulto la cura e la gestione dei propri vissuti. A questo scopo il bambino può riattivare atteggiamenti e comportamenti tipici di fasi precedenti del suo sviluppo, risultando più richiedente e/o più bisognoso di contatto fisico e vicinanza al genitore (capricci, piagnucolii, paure che sembravano essere superate, comportamenti infantili,…).

Gestione dei vissuti


Queste modalità di gestione dei vissuti da parte del bambino possono rappresentare una normale risposta all’urgenza di gestire una situazione imprevista, una forte tensione improvvisa, la confusione e situazioni di stress. Ma, se perpetuate e mantenute nel tempo, possono diventare pattern di comportamento disfunzionale.

Un ruolo fondamentale è giocato dall’adulto, non solo come contenimento agli stati emotivi del bambino, ma anche e soprattutto come modello di condotta.

Come abbiamo detto, non possedendo ancora capacità evolute, i bambini si affidano all’adulto per riuscire a leggere il mondo e rispondere alle diverse situazioni. Solo l’adulto può aiutare il bambino a riconoscere le sue emozioni, trovando insieme modalità di risposta adeguate.

Cosa succede però in questo momento così delicato?


Succede che anche gli adulti possono sentirsi angosciati, preoccupati, più ansiosi, più nervosi, più altalenanti nel loro umore, più impulsivi. È chiaro che, se l’adulto connota di nervosismo il rimprovero, il bambino finirà per sentirsi ancora più frustrato, continuando a mettere in atto gli stessi comportamenti inadeguati.

Il rischio è quello che si attivino cicli di mantenimento dei comportamenti esternalizzanti, internalizzanti e regressivi, attivati dalle manifestazioni del bambino e promossi dalla risposta del genitore.

Dobbiamo inoltre tenere a mente che i bambini spesso assimilano lo stato emotivo dei genitori, che può andare ad aggiungersi e sovrapporsi a quanto loro già sentono, diventando loro potenziali “bombe a orologeria” e il classico rimprovero il principale innesco.

Tenendo presenti queste considerazioni, è importante che l’adulto rifletta sul tipo di messaggio che sta veicolando, sia nel modo in cui egli stesso gestisce le situazioni, sia nel tipo di risposta che fornisce ai comportamenti del bambino.

Cosa si può fare quindi?


Tempo, comunicazione, condivisione e struttura sono concetti chiave.

È indispensabile trovare il tempo per stare insieme ai bambini in maniera attiva e interessata. Questo può richiedere un grande sforzo soprattutto quando anche il genitore è stanco, ansioso, triste (o altro), per cui potrebbe essere più facile accendere la TV o avviare un video sul tablet.

Il ruolo genitoriale prevede senza dubbio anche molti sacrifici che è però necessario compiere per crescere bambini sani sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Questo tempo è utile per poter scoprire e capire come si sente il bambino, quali sono i suoi pensieri, quali sono i suoi bisogni.

Sintonizzarsi


Come? Comunicando con loro e condividendo pensieri e riflessioni attraverso un dialogo semplice che può avvenire anche durante un momento di gioco. È importante riuscire a sintonizzarsi empaticamente con ciò che il bambino sente, provare a riconoscerlo, a nominarlo e a trovare insieme strategie per gestirlo.

Le attività creative ed espressive come il disegno, la produzione di racconti, la lettura di storie, la musica, possono essere importanti spunti per aiutare il bambino ad esprimere, dare forma e significato a quello che sente.

Infine è fondamentale dare una struttura più o meno regolare alle giornate. In questo periodo la scansione del tempo acquisisce caratteristiche del tutto particolari, dettate dalle necessità che questa nuova e inaspettata condizione di vita impone. Ricreare una routine aiuta a ridurre la confusione e a dare prevedibilità a questo tempo incerto.

Cercare un aiuto


E in tutto ciò non dimenticatevi della noia! La noia è il terreno da cui nasce la creatività, è una condizione che aiuta i bambini a sperimentare il “problem solving” e li attiva nella ricerca di situazioni che rispondono alle proprie risorse e ai propri interessi.

È importante infine tenere presente che, quando le situazioni diventano particolarmente complesse e difficili da sostenere e gestire, può essere di grande aiuto consultare uno psicologo. La consulenza psicologica è una scelta utile ed efficace per il supporto al ruolo genitoriale, ma soprattutto rappresenta un atto d’amore verso i propri figli.

Psicologa clinica e psicoterapeuta in formazione. Nata a Trento nel 1992. Ha frequentato il liceo linguistico Rosmini. Laureata nel 2016 in psicologia clinico-dinamica all'Università di Padova. È iscritta all'albo degli psicologi della provincia di Trento

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