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L'evoluzione fondamentale, non soltanto dell'universo repubblicano, ma di tutto l'universo urbano tardo-comunale e post-comunale, era riconducibile, presumibilmente, al tramonto del «comune di popolo» e all'avvento di regimi oligarchici dominati da ristretti «patriziati». Data la generalità di tali categorie ci sembra opportuno fare qualche considerazione preliminare. È ragionevole notare, come hanno fatto alcuni studiosi che il «comune di popolo» non fu una democrazia nel senso moderno del termine, nemmeno là dove, come a Firenze, si realizzò compiutamente. Fu un struttura di corpi, tra i quali prevalsero le Arti maggiori a discapito delle Arti minori. La sua base, innestata nel tessuto mercantile e artigianale cittadino, fu più larga che non quella dei precedenti regimi magnatizi delle oligarchie successive, la cittadinanza restò anche allora un privilegio, che distingueva il corpo limitato di coloro che avevano diritti politici dalla massa degli abitanti della città. Neppure in quella fase, inoltre, vennero meno i vecchi legami di clientela, consorteria, vicinato, parentela, sui quali si fondò spesso la concentrazione di fatto del potere nelle mani di pochi capi. Così il «popolo» divenne anche una pars o fazione ed il suo regime poté essere ritenuto, talvolta, esso stesso oligarchico. Il termine patriziato, del resto, è un termine che, nel linguaggio politico, fu inserito dagli umanisti italiani e tedeschi e che era stato ripreso dall'antichità romana. «Esso si è sovrapposto ad altri termini, più specifici di uso locale - come in Italia «magnati» e «grandi» e in Germania «lignaggi» (Geschleckter) - ed è servito dal Quattro-Cinquecento fino ad oggi per designare in modo analogico i ceti di governo aristocratici delle città, in verità assai diversi non solo dall'aristocrazia senatoria romana, ma anche gli uni dagli altri, se non per funzioni certo per genesi e composizione». L'aristocrazia delle città italiane, diversamente da quella delle città tedesche, si era formata dalla confluenza delle famiglie mercantili con quelle feudali che, provenienti dal contado, si erano inurbate fino a impiantare un' indistinta «nobiltà». Bisogna, però, fare una distinzione tra le strutture del potere cittadino - che, pur avendo un carattere elitario era un corpo di fatto e non di diritto, aperto pur se costituito sulla base dell' antichità delle famiglie e della continuità del servizio pubblico e della ricchezza - e i patriziati istituzionalizzati, protetti, come solitamente avveniva nel Cinquecento, da disposizioni legislative che ne chiudevano o limitavano fortemente l'accesso. Caratteri del patriziato meridionale Nel Mezzogiorno d'Italia l'uso del termine patriziato indicava, generalmente, la nobiltà cittadina, ma il vocabolo è riconducibile, almeno per la storiografia recente, allo studio dei «modi di essere» dei |
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(segue da pagina 1) Esercitavano la propria giurisdizione sulla popolazione, alla quale garantivano sia la difesa dei privilegi e dell'immunità, sia l'accesso alle cariche pubbliche e ai benefici. Tra il XIV e il XVI secolo, col mutare del contesto esterno, cambiava anche l'assetto dei regimi cittadini ed il profilo dei ceti dominanti. |
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ceti dirigenti e dei nobili delle città meridionali. Si tratta di «un gruppo sociale stratificato la cui configurazione emerge dalla interazione tra strategie individuali e strategie familiari, che si definiscono in ambiti spaziali diversificati, locali, nazionali, soprannazionali e lo Stato». L'analisi dei meccanismi e dei modi di gestione del potere locale nel Mezzogiorno d'Italia, tra Quattrocento e Settecento, evidenzia il contorno di un gruppo eterogeneo di nobili e burocrati che, più che classe dirigente, era una frazione della classe dominante, orientato a conservare e orientare la memoria familiare, ma anche a valutare il ruolo storico della nobiltà: « A quest'epoca ogni città ha il suo patriziato, al quale non si può accedere, qualora non se ne abbia diritto per il sangue, che per cooptazione dei ceppi che ne sono già membri. Col tempo sia i criteri di valutazione della purezza del sangue sia le norme per l'aggregazione si fanno sempre più stretti». I patriziati urbani, nati in epoca comunale dalla lotta antifeudale contro gli altri ceti, finirono col controllare completamente il potere politico e, dando forma a una ceto chiuso, si riservavano le cariche pubbliche per diritto di sangue. Per il governo della città non ci sono più diritti, privilegi e giurisdizioni concentrati dai relativi titolari per il governo cittadino, né è presente una pluralità di forze che lottano per il governo cittadino: ormai è la coscienza oligarchica che prevale nella concezione del potere come privilegio esercitato per diritto di sangue e che instaura una separazione tra la condizione di nobiltà e l'esercizio delle "arti meccaniche". La nobiltà non si interessava di attività agricole e artigianato, né di attività commerciali e finanziarie, in qualche caso neppure delle libere professioni, ma rivendicava il suo status sociale superiore, derivante da una situazione patrimoniale - originata dalla proprietà fondiaria - che le consentiva una vita agiata e la possibilità di dedicarsi alla politica, alle lettere e alle armi. La terra, come realtà economica, caratterizzava la fisionomia dell'oligarchia, tant'è che anche i mercanti, gli artigiani ed i professionisti arricchiti investivano i loro capitali in proprietà terriere perché questo era il modo per poter entrare a far parte del patriziato urbano e puntare al potere cittadino. Anche da un punto di vista esteriore i patrizi cittadini hanno voluto dare un segno del loro potere facendo delle loro ville, quando non di una vera e propria azienda agraria, il centro di potere. Se è vero che l'oligarchia, titolare della proprietà fondiaria urbana e rurale, controllava gran parte della vita economica, è altrettanto vero, però, che non era in grado di controllare i redditi provenienti dalle manifatture, dai traffici e dalle attività finanziarie. Le sfuggiva, insomma, la produttività cittadina nel suo iter quotidiano e concreto. Naturalmente tutto ciò non è valido per tutte le città, in quanto ognuna aveva caratteristiche diverse e condizioni politico-economiche particolari, per cui si |
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assiste a comportamenti oligarchici che controllavano, attraverso un sistema di clientele, commercianti, artigiani e fornitori. Merita attenzione un altro aspetto della società oligarchica: l'integrazione tra la struttura gerarchica del potere e la società. In età moderna, a differenza dell'epoca comunale, esiste un sistema sociale organico per cui l'oligarchia deve rivedere i comportamenti, non essendo più modellata sui legami personali. Ne consegue che l'integrazione tra oligarchia e società tende ad, un ordinamento stabile dei rapporti sociali in cui prevale il tradizionalismo non disgiunto da una sostanza paternalistica e autoritaria. Il patriziato urbano cosentino La vicenda del patriziato urbano di Cosenza ha una sua specificità, in quanto costituisce, a nostro avviso, un unicum politico ed amministrativo di rilievo nella storia della Calabria in Età Moderna. La nobiltà cittadina fu, in generale, proprietaria di terre e feudi ottenuti per le prestazioni d'opera militari rese alle varie dinastie dominanti. Tali feudi erano situati in terre molto lontane dalla residenza: i De Matera, ad esempio, ottennero i feudi di Bocchigliero e Campana; i Passalacqua le terre di Soverato; i Sambiase i feudi dell'alto Tirreno ai confini con la Basilicata e così via. L'impossibilità, da parte del patriziato cosentino, di ottenere feudi in terre vicine alla propria abituale residenza era data dal fatto che Cosenza era circondata, per grandissima estensione del territorio, da una federazione composta dalla città e dai Casali, federazione che da sempre faceva parte del demanio e la cui Università rappresentava, in quel tempo, un ostacolo insormontabile contro ogni tentativo di infeudamento. Nonostante fosse proprietaria di possedimenti fondiari, la nobiltà cittadina rivolse la propria attenzione verso attività meno rischiose, ma più redditizie di guadagni e di visibilità: le cariche pubbliche e l'alta burocrazia statale. Analizzando, infatti, gli incarichi pubblici vediamo che i massimi burocrati statali provenivano, in gran parte, dal patriziato di Cosenza. E come controprova si può notare che Catanzaro, con la potente famiglia dei Ruffo, Reggio e altri paesi e cittadine, a quei tempi sedi di autorevoli famiglie feudali - Amantea, Bisignano, Crotone, Monteleone ecc. - si trovavano sempre dietro Cosenza, nonostante la loro importanza e floridezza economica. Catanzaro, ad esempio, era una delle città più importanti per la produzione e il commercio della seta intorno al XVI secolo. (Continua sul prossimo numero) |
